Università
degli Studi della Calabria
Scuola di
Specializzazione per la
Formazione degli
Insegnanti
della Scuola
Secondaria
a.a.
2002-2003
Corso di
Specializzazione
per
l’insegnamento agli alunni
in situazione
di handicap
Laboratorio
L31
I suoni ed i segni
Area
Tecnico-Professionale-Artistico
Classe
di Concorso 019
400
ore
Musica,
cervello-mente e diversamente abili
di
Fausta
Petrone

Introduzione
Il presente lavoro rappresenta l’elaborato finale in seno al corso
denominato I suoni ed i segni tenuto dal Prof. Alessandro
Bertirotti. Il lavoro è strutturato in tre parti: i primi due argomenti
trattati (fMRI e MEG nella mappatura delle zone acustiche e le
lallazioni) sono quelli assegnatimi dal docente. Essi risultano
collegati tra loro nell’ampio quadro delle relazioni esistenti tra la musica ed il linguaggio, alla luce dei recenti studi di biomusicologia.
Il terzo argomento trattato è stato concordato tra me ed il
docente, sulla base della mia curiosità ad implementare un progetto
didattico, appartenente alla disciplina di educazione musicale, da poter
proporre in una 1a
classe di Scuola Media Inferire, in cui fossero inseriti soggetti diversamente
abili, e che tale intervento risultasse utile all’integrazione di
tali allievi.
fMRI
e MEG nella mappatura delle zone acustiche

Dagli atti del Congresso Mondiale sui Fondamenti Biologici della Musica,
tenutosi a New York (maggio 2000)
il linguaggio viene definito come l’effetto di una parziale abilità
cognitiva e si inserisce all’interno di più generali processi di
elaborazione del cervello-mente. Secondo questa prospettiva gli atti
del cervello-mente non risultano strutturati in sub-moduli, come se
fossero “compartimenti stagni”, ma le zone linguistiche, come anche
i diversi livelli di comunicazione, sono interdipendenti e risultano
influenzati dalle variabili ambientali presenti nella comunicazione, e
dalle relazioni tra soggetti oltre che dalle diverse culture. La
metodologia utilizzata per indagare l’attività funzionale del
cervello e sulla sua organizzazione è quella dell’immagine cerebrale
(brain imaging).
Essa utilizza diverse tecniche tra cui ricordiamo le principali:
EEG -
elettroencefalografia,
MEG - magnetoencefolografia
PET - tomografia per
emissione di positroni - fMRI - risonanza magnetica
nucleare funzionale
Le tecniche dell’immagine
cerebrale hanno rappresentato il primo potente strumento non invasivo
per la localizzazione delle funzioni cognitive nel cervello umano e sono
state, di conseguenza, un collegamento tra gli studi sugli animali e le
eterogenee informazioni neuropsicologiche sulla specializzazione
funzionale cerebrale dell’essere umano. Il caso più significativo è
l’applicazione dell’immagine cerebrale allo studio delle basi
neuronali del linguaggio, questione fra le più dibattute in sede
neuropsicologica e tra le
meno comparabili, per definizione, con dati relativi ad altre specie
animali. L’insieme
delle nuove tecniche ha permesso di visualizzare in modo tridimensionale
e con una notevole definizione spaziale il flusso sanguigno cerebrale,
quale indicatore della variazione locale dell’attività del
cervello-mente. La particolarità dell’immagine cerebrale è quella di
isolare nel modo più preciso, attualmente possibile, l’attività
neuronale indotta dalle singole operazioni eseguite durante un compito.
Permette cioè di localizzare le informazioni rilevate, separandole da
tutti quegli effetti secondari dovuti alla normale attività cerebrale. Con
questa metodologia ad esempio è possibile attraverso la mappatura delle
aree cerebrali stabilire quali di esse sono preposte alle competenze
linguistiche, musicali, ecc. La ricerca ha messo in evidenza
l’esistenza di due tipologie di zone uditive: le regioni uditive primarie
che hanno la medesima reazione sia nei confronti dei messaggi verbali
sia di fronte alla ricezione della musica; le regioni uditive secondarie,
che invece consentono una percezione più fine. Ciò
indica (anche se la ricerca va ancora perfezionata), che esistono
“importanti aree cerebrali adibite all’utilizzo del linguaggio che
sono altrettanto chiaramente coinvolte nell’elaborazione di eventi
musicali”. (Bertirotti A. 2003, pag. 70).
Le
lallazioni

Nell’arco di
pochi anni i bambini sviluppano la loro capacità linguistica in una
sequenza ordinata di passaggi, gli studiosi hanno individuato quattro
tappe di tale processo:
1)
la fase pre-linguistica,
a cui appartengono le lallazioni,
2)
la fase monoverbale,
3)
la fase del linguaggio
telegrafico,
4)
la fase dell’acquisizione
grammaticale e sintattica.
Nelle
prime settimane di vita la comunicazione risulta non verbale, avviene
attraverso gridi e pianto per esprimere fame, dolore, esperienze poco
piacevoli, disagio. Intorno ai due mesi i neonati emettono suoni
(fonemi, sia vocalici sia consonantici) di tutte le lingue e non solo
quelli appartenenti alla lingua- madre. Tra
i tre ed i nove mesi
i bambini legano insieme la vocale “A” con le consonanti “M, P, L,
B, D”, le più comuni; ed eseguono ripetizioni di monosillabi:
ma-ma-ma, la-la-la da cui la denominazione lallazione.
I bambini utilizzano la propria emissione sonora come strumento di gioco
e modulano la voce “come se stessero accordando uno strumento
musicale”(Oliverio Ferraris ed altri, 1997, pag. 205). La
lallazione è una fase dello sviluppo linguistico che si verifica anche
per i soggetti ipoacustici o cofotici e, inoltre, si tratta di una tappa
universalmente valida a qualsiasi latitudine dell’emisfero. Questi due
elementi fanno desumere che la lallazione sia un processo maturativo e
non il risultato di un apprendimento. All’interno
dello sviluppo linguistico è importante evidenziare anche
l’acquisizione del tono, che
avviene prima dell’utilizzo delle parole. L’uso di tonalità
vocaliche (ad intonazione sempre più in crescendo fino
all’acquisizione di una serie di suoni) si riferisce alla necessità o
al desiderio da parte dei bambini di ottenere una risposta dall’adulto
cui si stanno riferendo (similitudine con l’intonazione di domanda).
L’uso, invece, che fanno i bambini di tonalità decrescente indica per
loro un’affermatività.
Gli
studi eseguiti da Sandra Trehub ed altri (1997) hanno dimostrato come i
bambini posseggano la capacità di recepire strutture musicali
significative, ma vorremmo anche ricordare che questa abilità è
posseduta anche durante la vita intrauterina, dal settimo mese in poi. I
bambini appena nati, infatti, sono in grado di riconoscere non solo la
voce materna, ma anche altri stimoli sonori ascoltati in fase prenatale.
A prova di ciò, in Gran Bretagna è stata effettuata una ricerca (Hepper
P. 1989) per la quale è stato selezionato un gruppo di madri in
gravidanza, che seguiva assiduamente una telenovela. Dopo poche ore
dalla nascita, ogni volta che i bambini del gruppo appartenente alla
ricerca piangevano, si faceva ascoltare loro la colonna sonora della soap-opera,
ed essi si calmavano. Lo stesso veniva eseguito per altri bambini, le
cui madri non erano state incluse nella ricerca e non seguivano quel
programma televisivo, la reazione dei bimbi era quella di continuare a
piangere. Ciò ci porta a
ritenere che lo sviluppo musicale avviene nei bambini senza alcuna
istruzione formale, ma ogni soggetto ha una predisposizione biologica già
dalla fase embrionale (concezione cognitivista). Durante lo sviluppo
musicale nell’arco del primo anno di vita è possibile annotare degli
elementi distintivi: “a)
i bambini riescono a distinguere suoni casuali da suoni intenzionalmente
musicali; b) riescono a
dimostrare questa distinzione attraverso l’aumento dell’attenzione,
i movimenti e le lallazioni; c)
le qualità delle produzioni sonore che maggiormente apprezzano sono
quelle della voce cantata e dello strumento; d)
verso la fine del primo anno di vita ed immediatamente dopo, i bambini
sono in grado di imitare singole note cantate e possono discriminare
delle sequenze musicali, se udite più volte di fila ed aventi contorni
melodici e ritmici riconoscibili.” (Bertirotti A., 2003, pag. 66) Dal
parallelismo tra lo sviluppo linguistico e quello musicale Bertirotti
arriva a descrivere gli elementi comuni: “a)
entrambi utilizzano dei suoni; b)
si basano su elementi presenti in tutte le culture; c)
sono espressioni specificatamente umane; d)
sono determinati dalla cultura. (Bertirotti
A., 2003, pag. 64)".L’elemento
fondamentale al fine di dimostrare la congruenza tra i due sviluppi, però,
risulta essere l’esistenza di un’unica origine bio-neuronale per il
linguaggio e la musica.
La
musica come intervento educativo nei soggetti diversamente abili della
Scuola Media Inferiore

L’obiettivo
generale dell’educazione al suono ed alla musica
consiste nell’acquisizione, da parte dell’alunno diversamente abile,
di capacità di base, quali: la percezione uditiva, lo sviluppo
psico-motorio, le facoltà espressive, logiche e creative. Il
suono
viene utilizzato nei suoi elementi di base: l’altezza,
l’intensità, la durata, il timbro,
sia a livello di produzione (movimenti del corpo, voce strumenti), sia a
livello di fruizione (ascolto, comprensione ed interpretazione
musicale). L’educazione
musicale è una materia che si presta bene ad essere utilizzata per
facilitare l’integrazione scolastica dei diversamente-abili. Il suono
e la musica, difatti, sono elementi che possono motivare
l’apprendimento e l’interesse di questi alunni assottigliando le
differenze; perché: a)
costituiscono uno stimolo
gratificante e coinvolgente; b)
coinvolgono l’alunno sotto
l’aspetto emotivo; c) favoriscono
l’interazione tra le aree educative (cognitiva, motoria,
mimico-gestuale, affettiva e creativa).
La
metodologia è costituita da alcuni elementi essenziali: a)
un approccio divertente e
spontaneo al fare ed ascoltare musica; b) la
realizzazione di un vissuto (sonoro- motorio – logico – espressivo);
c) la verbalizzazione
dell’esperienza; d) la
traduzione o interpretazione grafica della stessa, in segni o
simboli: suoni, disegni, fonemi, parole, ecc. Illustro
brevemente un esempio di attività didattica che si potrebbe proporre in
una 1a classe di scuola media inferiore, con l’obiettivo principale di
migliorare l’autonomia di ciascun allievo e far acquisire la capacità
di riconoscere e localizzare la sorgente o la provenienza dei suoni.
Attività:a)
invitare gli alunni ad
ascoltare e a distinguere i suoni ed i rumori caratteristici della strada
( rumori delle auto, delle motociclette, le sirene delle autoambulanze o
delle forze dell’ordine, un suono di frenata, le voci dei passanti, il
fischio dei vigili, ecc.); b) registrare tali suoni e rumori; c) invitare
gli allievi a riconoscerli e a riprodurli utilizzando la voce, la bocca,
le mani, i piedi o altri semplici strumenti; d) dopo
aver individuato le fonti sonore, ogni alunno sarà invitato ad
illustrarle e ad associare ciascuna di essa ad eventuali pericoli (es.
il claxon di un’auto, il vigile che intima l’alt, e così via). Attraverso
questo intervento didattico si vuole mettere in evidenza come “educare
alla musica” ed “educare con la musica” sia formativo e
gratificante sia per gli insegnanti (curriculari e di sostegno), sia per
gli allievi diversamente abili, oltre che per tutto il gruppo-classe.
Bibliografia

Bertirotti
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