Alessandro Bertirotti

Alessandro Bertirotti

Morale

Etica

  Il comportamento etico dell'umanità dipende dal comportamento sociale delle popolazioni di neuroni. Nel nostro cervello sono scritti i progetti etici dell'intera umanità ed è necessario comprenderli, per meglio assecondare la natura etica dell'uomo.
  Le funzioni cerebrali si originano dall'attività del sistema nervoso centrale (SNC). La corteccia cerebrale è la sede delle facoltà più evolute della nostra specie. L'elemento di partenza delle funzioni cerebrali è il neurone, il quale è sottoposto ad imput eccitatori ed inibitori da parte di altri neuroni, affinché i messaggi da trasmettere mantengano sempre una discreta dose di equilibrio generale.
  I neuroni organizzano la loro attività all'interno di una popolazione di neuroni. Ogni neurone riceve e invia impulsi a seconda delle sue connessioni all'interno della popolazione, e quando la densità di queste connessioni supera una precisa soglia i neuroni cominciano ad interagire spontaneamente tra di loro (è questo il caso in cui si parla di popolazioni di neuroni). La soglia che determina il passaggio di stato dipende dal rapporto fra impulsi inviati e ricevuti. In altre parole, se i messaggi che una popolazione di neuroni riceve sono circa 10 e quelli che invia ad altre popolazioni sono altrettanti, quella popolazione neuronale agisce autonomamente, ossia senza ulteriori impulsi esterni a se stessa. La popolazione di neuroni in questione si trova in uno stato di equilibrio. Questa situazione (attività di fondo) prende il nome di attrattore puntiforme, ed è lo stato verso cui la popolazione di neuroni tende a tornare dopo una perturbazione (Freeman W.J., 1999). In altre parole, i singoli neuroni formano entità macroscopiche, all'interno delle quali ogni elemento è per lo più autonomo, ma costantemente coinvolto nell'attività macroscopica che tende a perseguire uno stato costante di equilibrio fra imput ricevuti ed output inviati.
  L'attività cerebrale è data dalle variazioni di stato degli attrattori puntiformi, i quali determinano i processi cognitivi, per mezzo degli attrattori a ciclo limite (Freeman W.J., ibidem). Questi ultimi corrispondono alle situazioni in cui gli attrattori puntiformi vengono ignorati (sono cioè in stato di apparente silenzio) e si verifica un apprendimento. Quando il rapporto fra lo stato di partenza (attrattore puntiforme) e lo stato di attività (attrattori a ciclo limite) supera una determinata soglia, il sistema non può più tornare indietro, ed è costretto a trovare un nuovo valore di stabilità. Sempre in riferimento all'esempio precedente, se i messaggi che riceve sono 20 rispetto a quelli che trasmette che rimangono 10, quella popolazione di neuroni deve adattarsi ad un nuovo equilibrio cercando di trasmettere all'esterno ancora 10 messaggi in più. In questo caso, con l'aggiunta iniziale e finale di 20 messaggi totali (10 in entrata e 10 in uscita per adattarsi) si verifica un apprendimento, ossia una conoscenza nuova.
  Il risultato è la formazione di una configurazione spaziale di modulazione di ampiezza o configurazione di AM (Freeman W.J., idem). Tutti i neuroni, in qualsiasi zona della corteccia, partecipano alla formazione delle configurazioni di AM, e sono queste che variano con l'apprendimento. La caratteristica fondamentale delle configurazioni di AM è che variano nel tempo, perché sono determinate dalla variabilità riscontrata nell'attività neuronale. Si tratta di una variabilità delle configurazioni di AM che le rende uniche e particolari per ogni singolo individuo, perché sono determinate da ogni singola variazione sinaptici (la sinapsi è il luogo dove i collegamenti neuronali si verificano), e quindi risultano legate all'esperienza personale di ogni individuo. In sostanza siamo in presenza di una attività sociale neurologica, di un vero e proprio processo di generalizzazione a livello sinaptico. L'importanza di queste configurazioni è che esse sono alla base della costruzione del significato. La creazione delle configurazioni di AM non nasce direttamente dal mondo esterno, poiché il cervello utilizza precedenti elementi per costruire i significati. Il cervello non riceve trascrizioni dirette del mondo che lo circonda, ma ne crea al suo interno un'immagine che dipende dalla sua storia personale.
  Ci stiamo avvicinando al nocciolo del problema, ossia alla costruzione neurocognitiva di significati etici, partendo proprio dalla comprensione del come si originano quelle azioni che permettono all'individuo di relazionarsi col mondo.
  La costruzione di un significato etico avviene attraverso la formazione dell'intenzionalità. Essa è un processo che permette agli uomini (e ad altri animali) di agire in relazione ad un obiettivo futuro. Le azioni che caratterizzano la nostra vita quotidiana emergono lungo una sequenza che si può suddividere in tre stadi. Ad un primo stadio, emergono nel cervello gli obiettivi verso cui indirizzare le azioni. Nel secondo stadio, si agisce e si costruiscono significati dopo aver ricevuto a livello sensoriale le conseguenze delle proprie azioni. Infine, nel terzo stadio l'apprendimento modifica topologicamente le configurazioni delle reti neuronali del cervello. L'insieme di questi tre stadi è accompagnato da svariati processi dinamici che preparano il corpo all'azione, e ciò che si percepisce della preparazione ad essa sono le emozioni. Tutti i comportamenti intenzionali sono emotivi, e nascono dall'auto-organizzazione dell'attività neurale, grazie all'azione del sistema limbico, nel quale si evidenziano configurazioni di AM emotivamente rilevanti.
  Ogni essere umano si rende conto dei propri significati per mezzo di consapevolezza e coscienza. La consapevolezza è un'esperienza elaborata neurologicamente che si produce nel nostro cervello. La coscienza è quel processo che permette alla successione degli stati di consapevolezza di avere significato per l'individuo.
  Come sono collegate esperienza e coscienza nel cervello e dunque nei processi mentali? Con l'invenzione della causalità, grazie alla quale il cervello pone il relazione un precedente (causa) con un conseguente (effetto). Si tratta di una spiegazione ottenuta o elaborata o individuata in termini statistici, perché si cerca di capire quante possibilità vi sono che un'azione determini un particolare risultato.
  L'esperienza soggettiva, quella riferibile alle azioni consapevoli, è vissuta come una catena di causalità lineare. La nostra intenzione ad agire è la causa di quello che si verificherà. In questo modo gli individui si spiegano le dinamiche delle interazioni sociali, anche in riferimento alle condotte eticamente rilevanti. Le nostre scelte etiche dipendono dunque da quanto il cervello modificherà le proprie configurazioni di AM, affinché si possano ipotizzare azioni probabili in grado di ottenere un equilibrio cognitivo fra la sicurezza di rimanere in vita ed il desiderio di libertà. La soluzione fra questi due antipodi culturali è la ricerca del più giusto nel momento migliore, in grado di equilibrare le configurazioni perturbate di nuovi dati raccolti. In questo modo il comportamento etico umano si presenta come il risultato di un calcolo probabilistico che va dal particolare al generale, utilizzando un percorso cognitivo che lega la necessità di mantenersi in vita come singolo e mantenersi utile come cultura. Così si formano anche i significati personali e culturali, durante la più importante attività cognitiva, quella adattativa.
  È dunque l'azione che origina il pensiero, ossia la conoscenza, proprio perché la conoscenza stessa è di tipo evoluzionistico, ossia, popperianamente parlando, esercita e costituisce un controllo costante delle elaborazioni mentali in un ambiente.
Queste premesse, collocate all'interno di una visione antropologica, pongono la questione dell'arte del vivere (il più giusto nel momento migliore per l'adattamento), come il fondamento dell'etica e dunque di un ben-essere generalizzato legato alla qualità della vita. La domanda cruciale diventa dunque: Quale scopo comune è giudicato un bene da perseguire? Ecco perché la questione etica oggi è diventata una questione cognitiva e deve essere interpretata facendo riferimento alla funzionalità cerebrale, piuttosto che solo alle visioni filosofiche tradizionali.
  Di fronte a tutto ciò che ci circonda, il nostro cervello opera continue attribuzioni di senso, grazie alle quali si spiegano cause e motivi di ciò che ci accade. Come abbiamo detto, la causalità, che è una configurazione di AM presente nel cervello (piuttosto che negli eventi), si manifesta con l'espressione contemporanea di due flussi di attività: quella del neurone che influisce sulla popolazione di appartenenza, e quella della popolazione sul singolo neurone, esattamente come accade nella società, dove il singolo influisce sul globale e questo sul singolo.
  Il vincolo micro-macro limita la libertà degli elementi impedendo che l'attività del singolo determini azioni indipendentemente dall'intervento degli altri. Il ruolo della consapevolezza è quello di agire come un veicolo per raggiungere l'ordine globale, integrando fra loro le attività che derivano dai vari componenti. La coscienza si inserisce in questo meccanismo con la funzione di creare una sequenza di stati globali e vitali di consapevolezza.
  È dunque la coscienza che indirizza l'attività caotica verso un ordine globale, favorendo l'assimilazione dei dati provenienti dal mondo, attraverso l'uso della ragione, da intendersi come configurazioni di AM continue.
  L'allontanamento delle configurazioni di attività locali, rispetto al parametro di ordine globale (ossia il distacco di una popolazione di neuroni dall'integrazione con le restanti popolazioni di neuroni), determina le azioni che noi interpretiamo come sconsiderate, sbadate o inconsce. Allo stesso modo accade quando un gruppo sociale di individui, nella sua cognizione del mondo (si pensi a coloro che esercitano violenza negli stadi di calcio), si distacca dalle cognizioni globali (quelle legate ai valori pacifici presenti nello sport) nelle quali il gruppo è comunque immerso. Il compito della coscienza quindi, non è quello di dirigere o governare la ragione, ma quello di uniformare le fluttuazioni caotiche verso un unico parametro globale.
  L'ordine globale permette un'assimilazione nei confronti del mondo, e quelli che l'individuo elabora rispetto ad esso sono gli obiettivi e le motivazioni. Le nostre azioni sono viste dagli altri, ma anche da noi stessi, come un mezzo per raggiungere uno scopo, o come l'espressione dei significati personali. La coscienza permette all'organismo di percepire il mondo ed agire in modo razionale al suo interno. In altre parole, il sistema nervoso crea una configurazione di attività che permette la rappresentazione del mondo e l'azione che ne consegue, ed il significato emerge dalle AM. Ogni apprendimento modifica questa situazione, la quale sorge dal mondo in termini di consapevolezza e coscienza, creando una naturale propensione per il verosimilmente giusto e migliore per l'adattamento del singolo e del gruppo, che definiamo in ottica culturale globale etica.
  In ottica neurocognitiva, l'etica è il risultato finale di atteggiamenti mentali condivisi. Gli esseri umani, in qualsiasi luogo e spazio, sviluppano atteggiamenti. L'esistenza umana, come abbiamo appena affermato, è caratterizzata dall'azione, intesa come esecuzione di compiti e loro progettazione (Rizzolatti G., Senigaglia C., 2006). La capacità di agire sviluppa negli esseri umani la consapevolezza di ciò che si è fatto ed induce alla formazione di un atteggiamento mentale che definiremo di progettualità (Tomasello M., 2005). Questa abilità, ossia la capacità di essere consapevoli della situazione nella quale ci si trova per individuare gli obiettivi verso i quali rivolgersi (estensione culturale delle potenzialità dei mirror neurons), è fondamentale per lo sviluppo di qualsiasi cultura ed è alla base dell'etica del terzo millennio, che definiremo etica vitale e globale. Ecco perché in questa sede gli atteggiamenti sono considerati veri e propri operazioni mentali, che si esprimono, in prima istanza, sotto forma di immagini mentali.
  Tutte le rappresentazioni create nella mente modificano le configurazioni neuronali, e vengono a loro volta modificate da esse. Questo tipo di legame si esprime nella soggettività della percezione individuale. Come già detto, ogni configurazione si instaura sulla precedente, e, a sua volta, funziona come base per la successiva. La conseguenza è che ogni cervello produce configurazioni diverse ed irripetibili in altri individui, in quanto legate al proprio e personale rapporto con l'ambiente. Risulta evidente che l'ambiente non è portatore di significati, ma di stimoli che l'individuo inserisce all'interno del proprio vissuto. L'individuo non vede il mondo così com'è, ma come il cervello lo rappresenta, ed il significato deriva dall'interazione di questa visione con l'esperienza personale. Ogni essere vivente vive circondato dai propri bisogni e dalla spinta a soddisfarli, ma la presenza degli altri nel mondo induce a vincolare la sopravvivenza alla possibilità di fuggire dai predatori, di vincere la competizione per il cibo e la riproduzione in solidarietà. E' quindi necessario stabilire un contatto con gli altri individui, e per questo occorre la capacità di comunicare ciò che il cervello produce, secondo un progetto eticamente rilevante, perché naturalmente vincolante.

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Comunicazione presentata al Centro Universitario di Ixtlahuaca in Messico, il 22 aprile 2009

  Mi è già capitato di dire e di scrivere che non può esistere una vera "conoscenza" se non "amiamo" quello che andiamo a conoscere. Il concetto, espresso in questo modo, appare impossibile da rendersi nella pratica, perché, in un certo senso, si ritiene che ci si possa innamorare del sapere solo nel momento stesso in cui si comincia a sapere.
  In realtà le cose stanno proprio nel senso opposto, e tutti noi ne facciamo esperienza quando ci innamoriamo di una persona. Quando nella nostra vita abbiamo la fortuna di poter dire ad un'altra persona che l'amiamo, il nostro dire d'amore è sicuramente anticipato rispetto alla conoscenza effettiva della persona amata. Durante tutto il resto della vita, se siamo più o meno fortunati, ci adopereremo, con una serie infinita di dichiarazioni ed azioni, affinché il nostro amore si trasformi in una conoscenza effettiva e non più solo immaginata o solo desiderata dell'altra persona. Nel momento in cui la mia mente si avvicina ad una conoscenza migliore e, in un certo senso, anche più oggettiva (in quanto più estesa e meno viziata dal periodo dell'infatuazione), il processo di innamoramento svanisce per assumere un carattere del tutto nuovo: la condivisione pratica ed empatica di un progetto di vita. Con questo si vuole sostenere che ogni processo di "conoscenza" richiede un iniziale coinvolgimento emozionale ed affettivo, grazie al quale il processo di conoscenza stesso richiede una dose relativamente ampia di fatica. Quest'ultima ed il coinvolgimento affettivo assumono un significato primario all'interno dei desideri personali da realizzare nel corso della propria vita.
  Si tratta della prima forma di attaccamento verso qualcosa che si intuisce essere importante, proprio perché fonte di piacere cognitivo ed emozionale, anche se indissolubilmente legato all'espressione di sforzo per il suo raggiungimento. Noi riteniamo, peraltro, come abbiamo detto nella sessione plenaria di questo congresso, che sia proprio lo sforzo il luogo fondativo di tutte le forme di etica, e presente in tutte le culture del mondo.
  Poiché si sta parlando di coinvolgimento emozionale, diventa importante chiarire cosa noi intendiamo per emozione. Essa "(...) è un complesso insieme d'interazioni tra fattori soggettivi ed oggettivi, mediata da sistemi neuronali/ormonali, che può a) dare vita a esperienze affettive quali sentimenti di arousal, piacere/dispiacere; b) generare processi cognitivi quali effetti percettivi, processi di etichettamento; c) attivare ampi aggiustamenti fisiologici alle condizioni di stimolo; d) portare a comportamenti che sono spesso, ma non sempre, espressivi, finalizzati e adattivi" (Kleinginna P.R., Kleinginna A.M., 1981:335). Da questa definizione emerge chiaramente la possibilità di sostenere che ogni processo di conoscenza richiede una situazione di coinvolgimento emozionale ed affettivo, dalla quale la conoscenza stessa prende le mosse.

  Detto questo, appare evidente che nella dimensione educativa acquistano un particolare ruolo i legami affettivi e quelli cognitivi, anzi, nella nostra ottica, quella prettamente mentale ed antropologica assieme, i legami affettivi sono antecedenti rispetto ai secondi e ne rappresentano il prerequisito funzionale. Anche da un punto di vista genetico, lo sviluppo della nostra specie avviene attraverso una gestazione di nove mesi nella pancia della madre, dove si è soggetti a tutte le modificazioni umorali e ormonali che da lei provengono. Si tratta, come direbbe la mia cara amica e psicologa Giuliana Mieli, di una situazione esistenziale in cui il feto vive in una "simbiosi passiva" con l'utero materno. Dopo il parto, la necessità psicologica di questa situazione non muta, anche se cambia sostanzialmente la sua funzione diventando una "simbiosi attiva". Il bambino comincia a sperimentare la presenza di uno spazio, quindi un territorio, e all'interno di un tempo, che gli permettono entrambi di esercitare la propria volontà in direzione dei propri desiderata (anche se primariamente fisiologici e non ancora concettuali) e della madre. Il bambino si rende conto che può richiedere di essere attaccato al seno materno, per essere nutrito sia affettivamente che fisiologicamente, esercitando una serie di "azioni di domanda" per la richiesta di risposte affermative da parte della madre. Ad esempio, il pianto è un segnale vocale e "musicale", grazie al quale il bambino comunica alla madre una sua necessità. In molti di questi casi comunicativi, è infatti solo la madre a comprendere il vero significato emozionale e para-linguistico di questa richiesta vocale.
  La madre, nel prestare ascolto a questa richiesta e nell'adoperarsi per attivare quelle azioni che la soddisfino, rassicura affettivamente il proprio bambino, attraverso una conferma costruita su una serie di risposte precise, come il desiderio di protezione e sicurezza perchè attaccato al seno. Il legame fra il bambino e la madre, che si crea durante la suzione al seno materno, diventerà simbolico in futuro, per indicare l'espressione di una necessità affettiva prima e cognitiva poi. Il nutrimento concreto, il latte materno, si trasformerà presto in nutrimento dialogico, grazie a tutte quelle azioni che la madre compie durante l'allattamento: il sorridere , il sorreggere, il parlare, il cantare ed il cullare fra le sue braccia.
  Ciò che abbiamo appena descritto è esattamente tutto quello che accadrà nella vita di ogni essere umano, dal momento in cui viene al mondo per conoscere la realtà, sia come insieme di fenomeni che sotto forma di concetti. Entrambi, i fenomeni e i concetti, permettono a tutti gli esseri umani di sentirsi "rassicurati affettivamente e cognitivamente" circa la loro appartenenza al resto del mondo e all'umanità intera. La formazione di questo sentimento di sicurezza è legato sia alla comprensione dei dati della realtà sia al sentimento di appartenenza ad un gruppo di pari che, anche in caso di errore, pur giudicando negativamente, fornisce una seconda possibilità basata sul sentimento di fiducia. La fiducia si forma nella mente umana solo sulla base del sentimento di protezione e sicurezza che si sperimenta durante il periodo perinatale e durante tutta l'infanzia.

  Ma l'aspetto più interessante di questo dinamismo appena descritto, risiede in un'altra importante osservazione che rappresenta per noi, un punto di fondamentale importanza, in riferimento al ruolo che la musica possiede nel veicolare situazioni affettive, che approdano successivamente ad una dimensione etica e culturale.
  Il bambino, appena uscito dalla situazione iper-protettiva dell'utero materno, conserva la memoria di ciò che è accaduto nei nove mesi precedenti e che possiamo riassumere nella capacità pre-cognitiva di stabilire un contatto con la realtà esterna attraverso una "dipendenza dalla sicurezza". Il bambino non sa (nel senso che non comprende), perché invece percepisce affettivamente ed emozionalmente. Egli sente che la sua vita dipende dalla presenza di un adulto e che sostanzialmente questo adulto deve continuare ad essere la madre, almeno durante i primi tre anni di vita. La madre è un contenitore che non opprime durante nove mesi, ma, una volta usciti, si continua a dipendere da lei nello stesso modo, anche se con dinamiche relazionali che devono essere ancora scoperte sia dal bambino che dalla madre. Voglio dire che, dopo il parto, il bambino e la madre, si trovano nella condizione di dover sperimentare nuove tecniche di relazione affettiva grazie alle quali reciprocamente cominciano a conoscersi, esattamente come avviene tutte le volte che uno studente si rapporta con il proprio docente.
  Il bambino, anche se, come abbiamo detto, ha appena iniziato a sviluppare le proprie capacità cognitive, che andranno via via manifestandosi ed affinandosi, intuisce emotivamente che è possibile richiamare l'attenzione della madre sui propri desideri, e con precise strategie: la comunicazione non verbale e quella sonora para-linguistica.

  La comunicazione animale, dunque anche la nostra, viene studiata classificandone i segnali. Il metodo più comune fa riferimento al canale sensoriale coinvolto, e si parla dunque di colori, suoni, odori, forme e sapori (anche usati in modo combinato). Le diverse specie animali utilizzano quei segnali frutto del particolare rapporto che hanno stabilito nel corso dell'evoluzione con il proprio habitat, in modo da poter effettuare una buona comunicazione. Nel caso in cui due o più individui si scambiano informazioni, possiamo sostenere che siamo in presenza di un vero e proprio linguaggio. Lo scopo dei diversi tipi di linguaggio è quello di trasmettere informazioni da un individuo all'altro, e per questo diventa importante capire cosa permette ad una azione-comportamento di veicolare un messaggio ad un altro individuo.
  In tutte le specie animali, e soprattutto nella nostra, ogni atto intenzionale è finalizzato al raggiungimento diretto di uno scopo (ad esempio, "mangio perché ho fame"), ma può anche comunicare uno stato interiore, ossia invisibile, dell'individuo. In quest'ultimo caso siamo in presenza di una comunicazione rappresentativa, proprio perché si deve in qualche modo tradurre in immagini ciò che si sta provando dentro se stessi. Questa traduzione semantica è svolta anche dalla musica. Per comunicare è necessario condividere un significato, il quale deve essere percepito come tale da tutti coloro che partecipano alla comunicazione. In effetti, gli esseri umani si comportano come i neuroni, e si auto-organizzano in culture dove ognuno mantiene la sua indipendenza funzionale, mentre si lega agli altri individui per formare una nuova entità autonoma di livello superiore: ad esempio, il gruppo. I rapporti umani, di diverso ordine fra loro (ad esempio, familiare, oppure comunitario, come quello scolastico), si realizzano grazie alla presenza di questi significati, che appunto accomunano le azioni individuali fra loro, assieme alle intenzioni che le precedono.
  All'interno di queste organizzazioni, l'individuo compie le proprie scelte, ed è questo processo elettivo ciò che distingue l'Homo sapiens sapiens dagli altri animali. Per meglio evidenziare questo processo, si prenda come esempio la condivisione dei significati. Gli animali compiono, a tutti i livelli evolutivi, un' infinità di azioni che necessitano di condivisione semantica. La difesa di un formicaio, oppure l'attacco coordinato dei lupi alla preda necessitano di un fine comune che unisca la condotta dei singoli in un' azione armonica, finalizzata al raggiungimento dell'obiettivo. In altre parole, tutti gli individui esistenti devono adottare una forma di significato comune e l'origine di questo significato è il punto che ci permette di essere una specie particolare all'interno del mondo animale.
Ogni individuo umano possiede uno schema neuronale di base (pre-cablatura neuro-cognitiva), comune a tutti i suoi co-specifici, ma già il primo e particolare stimolo ricevuto determina una variazione individuale nelle configurazioni di attività presenti e veicola quelle future. La variabilità individuale è tanto più grande quanto più è complesso il sistema nervoso che dà origine al sistema neuro-cognitivo. Ogni variazione individuale, frutto delle prime e personali esperienze, anche intrauterine, allontana l'individuo dalla base comune e, quindi, dalla presenza di comportamenti specie-specifici di origine meramente pulsionale. Quando la complessità del sistema nervoso aumenta, aumentano anche le possibilità di differenziazione tra gli individui, e la necessità di comunicare i propri personali significati.

  In questa personalizzazione semantica, il ruolo della dimensione affettiva della comunicazione acquista un potere assolutamente vincolante, specialmente quando essa è legata all'espressione cosiddetta artistica dei propri invisibili significati, ossia delle emozioni. Il feedback materno, positivo o negativo, di fronte alle comunicazioni affettive del bambino diventa il presupposto per la formazione di sentimenti di sicurezza, sia nella comunicazione stessa che in riferimento alla formazione della propria identità.
  Il bambino è in grado di manifestare le proprie emozioni e i propri desideri attraverso il sorriso, il movimento delle piccole braccia, il movimento degli occhi, etc., come attraverso il pianto ed i suoni vocalici che saranno sempre più precisi e diretti ad ottenere risultati concreti. Secondo Geza Révész, nello stesso modo è nata la musica nello sviluppo dell'umanità: attraverso un grido di chiamata e un grido di risposta che ha sviluppato la cosiddetta "teoria del contatto" (Bertirotti A., 2003). In sostanza, anche il bambino utilizza la stessa strategia che si presuppone sia stata della specie umana: risveglia l'attenzione della madre attraverso un pianto, oppure attraverso una vocalizzazione sonora, attua cioè una chiamata sonora, alla quale segue una risposta sonora da parte della madre. Questa dinamica è ovviamente tipica anche nella comunicazione non verbale: il bambino può indicare con gli occhi e con il proprio sorriso una richiesta di approvazione oppure di contenimento nella madre, e questa rispondere adeguatamente o meno. In entrambi i casi, sia che si tratti di una comunicazione vocale-sonora oppure di una comunicazione di tipo gestuale non sonora, la dinamica relazionale rimane invariata: ad una richiesta segue una risposta.
  È davvero importante soffermarsi su questa dinamica cognitiva, che è anche ed essenzialmente di tipo affettivo, perché solo considerando entrambe le dimensioni è possibile, secondo l'opinione di chi scrive, riuscire a comprendere quanto vincolante sia, in ogni processo educativo, il legame affettivo che si sviluppa fra docente e studente nella trasmissione di competenze e nell'acquisizione di abilità. Si tratta di una dinamica che è presente anche durante la comunicazione stessa, ossia nel momento in cui il docente trasferisce le proprie competenze al proprio studente. Ogni allievo è in grado di verificare, emozionalmente e sentimentalmente, se i contenuti trasmessi dal proprio docente sono affettivamente significativi o meno per il docente stesso. Sono molti i docenti che insegnano senza amare quello che fanno, e qualche volta non amano nemmeno l'oggetto del loro insegnamento (cosa peggiore forse...). Questa disaffezione viene percepita dallo studente come un esempio di disinteressamento cognitivo, e in questo modo si compromette la detenzione cognitiva delle informazioni da acquisire che rendono possibile la futura formazione della precisa abilità.
  Per imparare è necessario sentire che i contenuti da assimilare sono importanti per colui che li esprime, altrimenti si fa strada il disinteresse. La musica, in quanto tale, agisce primariamente su un'acquisizione di abilità emozionali condivisibili culturalmente, e per questo motivo è indispensabile per lo sviluppo psicologico individuale e quello culturale più in generale.

bibliografia

  • Bertirotti A., 2003, L'uomo, il suono e la musica, Firenze University Press, Firenze.
  • Kleinginna P.R., Kleinginna A.M., 1981, A categorized list of emotions definitions, with a suggestion for a consensual definition, in Motivations and Emotions, 5:345-71.

 

  Ya en otras ocasiones me ha pasado de decir así como de escribir que no puede existir un verdadero "conocimiento" si no "queremos" lo que vamos a conocer. Este concepto, dicho de esta manera parece como imposible de hacerse en la práctica porque, en cierto sentido, se piensa que sea posible enamorarse del saber solo en el momento que se empieza a saber.
  De hecho, las cosas están exactamente al revés, y cualquiera de nosotros hace experiencia de esto en el momento que se enamora de alguien. Cuando en nuestra vida tenemos la suerte de poder decir a alguien más que lo amamos, nuestro "decir de amor" llega por cierto antes del conocimiento efectivo de la persona que amamos. Luego, durante toda la vida, si somos más o menos afortunados, emplearemos infinitas declaraciones y acciones para que nuestro amor se transforme en un conocimiento verdadero y no solo deseado o imaginado del otro.
  Mientras mi mente se acerca a un conocimiento mejor y en cierto sentido es más objetiva (porque es más amplia y menos empapada de la exaltación de amor), el desarrollo del enamoramiento se desvanece para convertirse en algo totalmente nuevo: el compartir práctico y en la empatía de un proyecto de vida. Con esto se quiere decir que cada desarrollo de conocimiento pide en un principio de involucrarse emocionalmente y afectivamente, gracias al cual el proceso del mismo conocimiento pide una dosis relativamente amplia de esfuerzo. Esto y el involucramiento afectivo asumen un significado primario al interno de los deseos personales a realizarse en el curso de la propia vida.
  Se trata de la primera forma de apego hacia algo que se intuye pueda ser importante, justo porque es fuente de placer cognitivo y emocional aunque esto sea, sin embargo, inseparablemente ligado a la expresión de su esfuerzo para alcanzarlo. Nosotros sostenemos además, como hemos dicho en la sesión plenaria de este congreso, que sea el esfuerzo mismo el lugar fundativo de todas las formas de ética y presente en todas las culturas del mundo.
  Como se está hablando de involucramiento emocional, se hace importante aclarar lo que nosotros entendemos por emoción. Esta emoción "(...) es un complejo conjunto de interacciones entre cosas objetivas y cosas subjetivas, hecha mediante sistemas neuronales/hormonales que pueden a) dar vida a experiencias afectivas como sentimientos de aurosal, placer/desplacer; b) generar procesos cognitivos como efectos perceptivos, procesos de etiquetamiento; c) activar amplios ajustes fisiológicos a las condiciones de estímulo; d) llevar a comportamientos que muchas veces, pero no siempre, son expresivos, dirigidos y adaptivos" (Kleinginna P.R., Kleinginna A.M., 1981:335). Con esta definición emerge claramente la posibilidad de sostener que cada proceso de conocimiento requiere una situación de involucramiento emocional y afectivo, desde la cual el conocimiento mismo empieza a moverse.
  Dicho todo esto, parece evidente que en la dimensión de la educación adquieren un particular papel las relaciones afectivas y aquellas cognitivas, incluso en nuestra mirada, aquella específicamente mental y antropológica a la vez, las relaciones afectivas son antes respecto a aquellas cognitivas y representan un prerrequisito fundamental. Y también desde un punto de vista genético el desarrollo de nuestra especie sucede a través de la gestación durante nueve meses en el vientre materno, donde se está sujeto a todas las modificaciones humorales y hormonales que provienen de ella. Se trata, como diría mi querida amiga y psicóloga Giuliana Mieli, de una situación existencial en la cual el feto vive en una "simbiosis pasiva" con el útero materno. Después del parto, la necesidad psicológica de dicha situación no cambia, si no sólo sustancialmente su función convirtiéndose en una "simbiosis activa". El niño empieza a experimentar la presencia de un espacio, o sea de un territorio dentro de un tiempo que le permiten al unísono de ejercitar su propia voluntad en la dirección de sus deseos [desiderata] (aunque si son primariamente fisiológicos y todavía no conceptuales) y de su madre. El niño se da cuenta que pude pedir ser prendido al seno materno, para ser nutrido sea afectivamente que fisiológicamente, ejercitando una serie de "acciones de petición" requiriendo repuestas afirmativas de parte de la madre. Como ejemplo, el llanto es una señal vocal y "musical", gracias al cual el niño comunica a la madre alguna necesidad. En muchos de estos casos comunicativos, es, de hecho, sólo la madre que puede comprender el verdadero significado emocional y paralingüístico de esta petición vocal.
  La madre, al escuchar esta petición y en el hacer algo para activar aquellas acciones que la satisfagan, resguarda afectivamente al mismo niño, a través de una confirmación construida con una serie de respuestas precisas como el deseo de protección y seguridad para estar prendido al seno materno. La relación entre el niño y la madre que se crea durante el amamantamiento será simbólica en el futuro, para indicar la expresión de una necesidad antes afectiva y luego cognitiva.
  El nutrimento concreto, la leche materna, se transformará muy pronto en nutrimento dialógico, gracias a todas las acciones que la madre efectúa durante el amamantamiento: el sonreír, el sostener en brazos, el hablar, el cantar, el arrullar. Lo que acabamos de describir es exactamente todo lo que pasará en la vida de cada ser humano desde momento en el cual nace, para conocer la realidad, vista sea como conjunto de fenómenos que bajo forma de conceptos. Ambos, fenómenos y conceptos, permiten a todos los seres humanos de sentirse "seguros afectivamente y cognitivamente" a cerca de su pertenecer al mundo y a toda la humanidad. La formación de estos sentimientos de seguridad está conectado al entendimiento de los datos de la realidad como al sentimiento de pertenecer a un grupo de paridad, donde, aunque en caso de error, aunque juzgando negativamente, dona una segunda posibilidad sobre la base de un sentimiento de confianza. La confianza se forma en la mente humana solo sobre una base de sentimiento de protección y seguridad que se experimenta el periodo perinatal y durante toda la infancia.
  Sin embargo el aspecto más interesante de este dinamismo antes descrito, reside en otra importante observación que representa para nosotros un punto de fundamental importancia en referencia al papel que la música posee en el vincular situaciones afectivas que luego llegan a una dimensión ética y cultural.

  El niño, a penas salido de la situación hiper-protectiva del útero materno, conserva la memoria de lo que le ha pasado en los nueve meses precedentes y que podemos resumir en la capacidad precognitiva de establecer un contacto con la realidad exterior a través de una "dependencia de la seguridad". El niño no sabe (en el sentido que no comprende), porqué en su lugar percibe afectivamente y emocionalmente. Él siente que su vida depende la presencia de un adulto y que en sustancia ese adulto tiene que ser su madre por lo menos durante los primero tres años de vida. La madre es un contendor que no aprieta durante nueve meses pero una vez afuera seguimos dependiendo de ella de la misma manera aunque con dinámicas relacionales que deben ser aun descubiertas ya sea por la madre que por el niño. Quiero decir que, después del parto, el niño y la madre se encuentran en las condiciones de tener que experimentar nuevas técnicas de relación afectiva gracias a las cuales empiezan a conocerse el uno con el otro, de la misma manera esto sucede todas las veces que un estudiante se relaciona con su propio docente.
  El niño, aunque como hemos dicho, ha apenas iniciado a desarrollar las propias capacidades cognitivas que irán poco a poco manifestándose y afinándose, intuye emotivamente que es posible llamar la atención de la madre hacia sus propios deseos y con estrategias precisas: la comunicación no verbal y la sonora para-lingüística.
La comunicación animal, o sea también la nuestra, se estudia a través de las clasificaciones de señales. El método más común se refiere al canal sensorial involucrado y entonces se habla de colores, sonidos, olores, formas y sabores (usados también en sus posibles combinaciones). Las distintas especies animales usan aquellas señales de la evolución, con su propio hábitat de manera que se pude efectuar una buena comunicación, en el caso en el cual, dos o mas individuos compartan informaciones, podemos decir que estamos en frente a un verdadero y apropiado lenguaje.

  En todas las especies de animales y sobretodo en la nuestra, cada acto intencional es finalizado en el logro de un objetivo (por ejemplo, "como porque tengo hambre") pero puede también, comunicar un estado interior, o sea invisible, del individuo. En este último caso estamos en frente de una comunicación representativa, justo porque tenemos que, de alguna manera, traducir en imágenes lo que estamos sintiendo adentro de nosotros mismos. Esta traducción semántica está realizada también por la música. Para comunicar es necesario compartir un significado, el cual debe ser percibido como tal por todos aquellos que participan en la comunicación. En efecto, los seres humanos se comportan como las neuronas, y se auto organizan en culturas donde cada uno mantiene su independencia funcional, mientras se une con los otros para formar una nueva identidad autónoma de nivel superior: por ejemplo, el grupo.

  Las relaciones humanas de distintos tipos entre ellas (como del tipo familiar, comunitario, escolar, etc.) se realizan gracias a la presencia de estos significados. Que de hecho unen las acciones individuales entre ellas con las intenciones que les preceden.
Al interior de estas organizaciones, el individuo cumple las propias decisiones, y es este proceso selectivo que es el que distingue al Homo sapiens sapiens de los otros animales. Para evidenciar mejor este proceso, podemos tomar como ejemplo el compartir de los significados. Los animales hacen, en todos los niveles evolutivos, una infinidad de acciones que necesitan un compartir semántico. La defensa de un hormiguero, a si como el ataque coordinado de los lobos hacia la presa, necesitan de un fin común que una la conducta de los individuos e una acción armónica en pos del objetivo. En otras palabras, todos los individuos existentes deben adoptar una forma de significado común y el origen de este significado es el punto que nos permite de ser una especie particular dentro del mundo animal.
 Cada individuo humano posee un esquema neuronal base (pre-cablatura neuro-cognitiva), común a todos sus correlativos, pero ya el primer y particular estímulo recibido determina una variación individual en las configuraciones de las actividades presentes y conduce aquellas futuras. La variabilidad individual es mas grande entre mas complejo sea el sistema nervioso que origina el sistema neuro-cognitivo.

  Cada variación individual, fruto de las primeras y personales experiencias, entre ellas las intrauterinas, aleja al individuo de la base común y de la presencia de comportamientos especie-específicos de origen meramente pulsional.

 Cuando la complejidad del sistema nervioso aumenta, aumentan también las posibilidades diferenciación entre los individuos y la necesidad de comunicar los propios significados personales.
  En esta personalización semántica, el rol de la dimensión afectiva de la comunicación adquiere un poder absolutamente vinculante, especialmente cuando está unida a la expresión por así decir, artística de los propios significados invisibles, o sea de las emociones. El feedback materno, positivo o negativo, frente a la comunicación afectiva del niño se convierte en la base para la formación de sentimientos de seguridad, ya sea en la misma comunicación como en referencia a la formación de la propia identidad.
  El niño es capaz de expresar sus emociones y sus deseos, con la sonrisa, moviendo sus pequeños brazos, moviendo sus ojos, etc., así como usando el llanto y los sonidos vocales que siempre serán mas precisos y directos para obtener resultados concretos. Según Geza Révész, en la misma manera nació la música durante el desarrollo de la humanidad un a través de un grito de llamada y un grito respuesta desarrollaron la teoría conocida como "teoría del contacto" (Bertirotti A., 2003). En sustancia el niño utiliza la misma estrategia que se supone usó la especie humana, despierta la atención de su madre con el llanto o a través de una vovalización, una llamada sonora a esta sigue una respuesta igualmente sonora de parte de su madre. Esta dinámica, por su puesto, es también típica en la comunicación no verbal: con los ojos o con su sonrisa el niño puede requerir, una aprovación o una protección por parte de la madre, y ella responder adecuadamente o no. En ambos casos, sea la petición vocal-sonora ó de tipo gestual no sonora, la dinamica relacional permanece inmutable: a una petición le sigue una respuesta.
  Es de verdad importante, pararse un momento en esta dinámica congintiva, que tambien es en escencia de tipo afctivo, porque sólo tomando en cuenta, ambas dimensiones, afectiva y cognitiva, según la opinion e quien escribe, es posible entender cuan vinculante, en cada proceso educativo, la relación afectiva que se desarrolla entre docente y estudiante en la transmicion de competencia y adquisición de habilidades. Hablamos de una dinámica que es presente también, durante la misma comuncación, osea en el momento en el cual, el docente trasmite sus cometencias al esudiante.
  Cada estudiante es capaz de verificar, a nivel emocional y sentimental, si los contenidos transmitidos de el propio docente, estan llenos de signficados afectivos o no por parte de el docente mismo. Son muchos los docentes, que enseñan sin amar lo que hacen, a veces hasta ni aman aquello que enseñan (quizá aún peor...) Este desamor, el estudiante lo percibe como un ejemplo de desinterés cognitivo y de esta manera se compromete la posibilidad de adquirir cognitivamente las informaciones que hubieran hecho posible la futura formación de una habilidad precisa.

  Para aaprender es necesario sentir que lo que tenemos que aprender y asimilar es importante para quien lo dice, si así no es, se abrirá el desinterés. La música, actúa primariamnte en una adquisición de habilidades emocionales compartidas culuralmente, y por esto indispensable en el desarrollo psicológico individual y aún mas general en el cultural.

bibliografia

  • Bertirotti A., 2003, L'uomo, il suono e la musica, Firenze University Press, Firenze.
  • Kleinginna P.R., Kleinginna A.M., 1981, A categorized list of emotions definitions, with a suggestion for a consensual definition, in Motivations and Emotions, 5:345-71.

 

  L'evoluzione dell'essere umano, nonostante l'affascinante interpretazione teorica di Charles Darwin del quale quest'anno si festeggiano i 200 anni dalla nascita, rappresenta pur sempre qualche cosa di misterioso. La dimensione ancora nascosta di questa evoluzione è riferibile alla nascita e sviluppo della coscienza. Dove essa risieda, attraverso quali precisi processi evolutivi si formi negli esseri umani, i motivi per cui ognuno ne possiede quote differenziate, il perché essa influisca in modo diverso in ogni singolo essere umano, in base alla storia personale ed all'ambiente: quesiti non ancora del tutto risolti, nella loro più intima sostanza scientifica. Di certo, la coscienza ed il suo funzionamento caratterizzano la vita umana in maniera preponderante, perché è all'interno di essa che comunque avviene ciò che definiamo anche il ragionamento.
  Il termine esperienza deriva da ex-per-ire, ossia da-per-andare. In altre parole dunque, il fare le esperienze significa uscire da un ambiente per dirigersi verso un altro tipo di ambiente. In questo costante e continuo movimento, definibile in altro modo come lo scorrere del vivere quotidiano, si realizzano i contatti con tutti gli elementi che costituiscono i diversi ambienti che incontriamo. In quest'ottica dunque, l'evoluzione antropologica della nostra specie si caratterizza attraverso la formazione di identità personali in seguito all'incontro-scontro con gli elementi dell'ambiente all'interno del quale si realizzano le proprie esperienze. Non è possibile vivere se non attraverso il contatto con ciò che è esterno a noi, perché grazie a questo contatto si percepisce la nostra stessa identità. Si tratta di un meccanismo (strutturato tanto nella cultura occidentale quanto in quella orientale, benché in quest'ultima il dinamismo fra i due elementi, identità e ambiente, siano fra loro concepiti più come processo che come stato) grazie al quale l'essere umano inserisce la propria dimensione esistenziale in costante relazione con le esistenze altrui.
  Questo processo, nell'era della globalizzazione, è emerso in tutta la sua evidenza ad un punto tale che oggi sta invadendo il pensiero comune e quotidiano, imponendosi come un nuovo stile di ragionamento esistenziale che va a ridefinire il ruolo che le singole identità umane hanno nei confronti delle altre identità. Oggi non è più possibile pensare alla propria esistenza senza essere responsabilmente chiamati ad occuparci dell'esistenza dell'intero ambiente, inteso sia come espressione naturale sia come espressione antropomorfizzata. In questo contesto, la coscienza umana si esprime attraverso nuove forme di volizione ed intenzione, grazie alle quali le reazioni degli esseri umani si stanno sempre più dirigendo verso forme di solidarietà ed empatia assolutamente necessarie per la prosecuzione dell'intera specie.
  Ammesso e non concesso che si possa ancora pensare allo sviluppo della specie umana come prerogativa esclusivamente determinata dall'evoluzione della specie stessa, la consapevolezza che abbiamo acquisito durante questo stesso sviluppo circa il ruolo dell'ambiente, dell'altro e della natura nella formazione della propria identità, ci conduce oggi a percepire la vita come una evoluzione totale, all'interno della quale tutte le differenze possono coesistere intersecandosi fra loro.
  Le verità culturali, quelle che una volta si credevano appartenenti solo ad un preciso gruppo sociale, abile nello spazio e nel tempo secondo parametri ben identificabili, sono oggi un patrimonio comune e condiviso perché globali e locali al tempo stesso. Ogni parcellizzazione delle proprie convinzioni personali, oppure di gruppo, all'interno di un villaggio globale sono espressioni involutive che ostacolano ogni tentativo di "riunire tutto ciò che è sparso". La vita dell'uomo ha ampiamente dimostrato che "l'unione fa la forza", ma abbiamo sempre creduto fosse importante unirci con i cosiddetti nostri simili, mentre ora diventa importante individuare gli elementi invisibili all'interno delle differenze formali e spesso di matrice egoistica e politica. L'unica strada che abbiamo a disposizione è quella di pensare ad azioni confederative, all'interno delle quali sia possibile mantenere le proprie differenze, che hanno creato le identità personali di ogni gruppo, e che siano però allo stesso tempo condivisione di uno progetto comune senza del quale la nostra funzione all'interno della storia e della cultura del mondo sarebbe decisamente vana.

  Poniamo il caso di un individuo che abiti a Londra e che si rechi a fare un viaggio in Africa. Viene invitato da persone del posto a trascorrere la serata insieme a loro, ma invece di partecipare ai consueti passatempi tipici del luogo, assiste alla proiezione di un nuovo film non ancora uscito a Londra. Questa è globalizzazione. Viviamo in un mondo in trasformazione costante che condiziona qualunque cosa noi facciamo.
  Nel bene e nel male siamo in un ordine globale che nessuno comprende del tutto, ma che sta estendendo i propri effetti su tutti noi. La globalizzazione è oggetto di dibattito in Francia, con il termine mondalisation, in Spagna e in America Latina con quello di globalizacìon, mentre i tedeschi la chiamano globalisierung.
  Globalizzazione si dice abbia a che fare con il fatto che viviamo in un mondo unico. Ma in che modo? E poi fino a che punto tutto ciò è valido?
  Vi sono allora gli scettici che mettono in discussione l'idea nel suo insieme. Tutto il discorso sulla globalizzazione si riduce a chiacchiere, perché, quali che ne siano i benefici, vicissitudini e difficoltà, l'economia globale non è diversa da quella di altri periodi. Il mondo continua ad andare avanti come fa da tanto tempo. Vi sono poi i radicali che sostengono una posizione diversa. Essi dichiarano che la globalizzazione è qualcosa di molto concreto e che i suoi effetti sono ormai tangibili ovunque. Si prenda ad esempio lo sviluppo del mercato, indifferente ai confini delle Nazioni, oramai senza la sovranità che avevano un tempo. Io credo di essere più dalla parte dei radicali, anche se gli effetti non sono solo positivi, ma, purtroppo, anche negativi.
  La Globalizzazione è dunque un sistema complesso, un insieme di processi che opera in maniera contraddittoria e a volte anche conflittuale.
  Vediamone qualche aspetto.
  Il passaggio dalla società pre-industriale a quella industriale riguarda il mondo totale, proprio per gli effetti della globalizzazione. Con la società industriale si estende fortemente l'obbligo scolastico, unitamente alla omogeneizzazione degli stili di vita, proprio per l'avvento di individui apparentemente simili, meglio raggiungibili dai media. Non si distinguono più i ricchi dai poveri come in passato, e la famiglia diventa nucleare.
  Nella società post-industriale scienza e tecnologia diventano fonte di ricchezza, dunque di produzione. Questa situazione ci permette di avvertire, anche quotidianamente e nelle nostre case, la dilatazione delle attività economiche, politiche e sociali oltre i confini di ciascun paese. L'intero mondo è più collegato e si incrementa l'interdipendenza delle economie. Oggi tutto avviene a scena aperta, senza passare da una situazione definita ad un'altra da definire, perché le tecnologie permettono un aumento di contemporaneità di fenomeni. I paesi in via di sviluppo non sono il nostro ieri, ma sono i paesi in via di sviluppo oggi, proprio perché sono interconnessi e contaminati dalla tecnologia. Lo scenario globale è una crescente integrazione mondiale. Non si tratta solo di scambi meramente economici, ma anche di informazioni, simboli, immagini e modelli di comportamento. I mercati sono network mondiali, dove venditori e compratori si incontrano ovunque, ed è per questo senza vincoli né orari: la contiguità del tempo è più importante di quella spaziale, ed ognuno può connettersi anche di notte perché l'altro risponde attraverso la connessione in tempo reale.
  Viviamo dunque in un mondo dove tutti sono uguali? Si direbbe di sì, perché si pensa che la globalizzazione riduca le differenze tra paesi, mentre queste tendono ad accentuarsi Jean-Françoise Lyotard, filosofo francese nato nel 1924 e morto nel 1998, descrive il mondo post-moderno come il luogo in cui sono finite le grandi narrazioni, come il marxismo, il cristianesimo che esprimono riferimenti identitari forti. Ulrich Beck, sociologo tedesco nato nel 1944, definisce questo mondo come la società del rischio e dell'incertezza, mentre Alain Touraine, sociologo francese nato 1925, introduce il concetto di turbolenza, secondo cui si vive in un'epoca nella quale l'unica costante è il mutamento, talmente evidente che non possiamo più immaginare di vivere un una società senza cambiamento. Fino a qualche tempo fa i grandi rinnovamenti erano ancora riconoscibili. Si prenda ad esempio l'epoca dell'acquisto dei primi elettrodomestici, la fase delle automobili, poi quella dei televisori, etc. Oggi tutto è talmente veloce che si perde la concezione del tempo. Non assistiamo più a mutamenti radicali come l'acquisto del primo cellulare, oppure del computer, ma viviamo una fase assolutamente dilatata che ingloba la turbolenza. Ne deriva che anche i fatti sociali sono oggi meno intelligibili, proprio perché non si è più in grado di ricondurre ad un unico modello i fatti e quindi interpretarli. Max Weber, sociologo tedesco nato nel 1864 e morto nel 1920, definisce l'età moderna come l'età della razionalizzazione, direttamente proporzionale alla specializzazione della tecnica, e dunque della sperimentazione.
  Se tutto è riducibile a scienza, la sperimentazione sconfessa la sacralità delle scelte più importanti, quelle appunto secondo le quali il futuro è sempre una costruzione elettiva delle proprie responsabilità. Siamo di fronte al disincanto del mondo, ossia di fronte alla separazione tra sacro e profano, tra mistero e razionalità, e tutto ciò che conduce l'uomo a stabilire un patto con il proprio Dio diventa solo un fatto privato e non più un riferimento culturale. Questo nostro mondo spiega i fatti con strumenti razionali e quindi da un lato abbiamo il disincanto, la religione personale, e dall'altro la razionalizzazione.
  In questa situazione, dove il sacro è in crisi, quale etica il singolo individuo può adottare? Secondo Weber, economista e sociologo tedesco, nato nel 1864 e morto nel 1920, l'unica etica che possiamo assumere come guida è quella della responsabilità: l'individuo deve agire sulla base delle conseguenze delle proprie azioni. Avere un'etica significa dunque scegliere secondo l'analisi delle conseguenze delle proprie scelte.
  Secondo Ludwig Wittgenstein, filosofo austriaco nato nel 1889 e morto nel 1951, invece, oggi l'unica etica che possiamo percorrere è quella del labirinto, secondo cui si individuano tre immagini: a), la mosca nella bottiglia; b), il pesce nella rete; c), l'uomo nel labirinto.
  La mosca intrappolata nella bottiglia non può che agitarsi e non può che sperare di trovare un foro di uscita, supponendo che la bottiglia sia aperta. Il comportamento della mosca è senza un disegno certo, perché si affida alla fortuna e al caso. Questa è la situazione di chi non ha una risposta e si lascia trasportare dal destino. Il pesce nella rete più si agita, più rimane impigliato e non può neanche contare, come la mosca, sulla fortuna, perché deve calmarsi per limitare il dolore. E' l'immagine di una società che al destino reagisce con rassegnazione, non producendo un comportamento attivo. L'uomo nel labirinto ha fondate speranze di trovare una via d'uscita, non pensa al destino già segnato, ma procede passo a passo, verificando razionalmente se la strada imboccata è quella giusta. Inoltre egli è disponibile a cambiare via, quando si dovesse accorgere di aver sbagliato.
  E' l'immagine della società che procede per tentativi, controllando razionalmente se questi siano giusti ed in sintonia con l'idea del labirinto, nel quale esistono diverse strade da prendere, con una via d'uscita che comporta una continua analisi dell'esattezza delle proprie decisioni. La sensazione che se ne ricava è quella di vivere una modernità nella quale si perdono i confini conosciuti delle proprie identità e delle proprie azioni, perché siamo effettivamente passati da una condizione rigida ad una società in cui i riferimenti si dissolvono rapidamente. Se nella società tradizionale ciò che eravamo era dato a priori, oggi ciò che dobbiamo essere è diventato un compito incerto, poiché ogni individuo si assume il rischio di una scelta sbagliata.
  L'immagine che meglio evidenzia questo stato di cose è quella del puzzle. Ogni individuo deve comporre tanti pezzi di se stesso per completare un disegno, e la vita è l'insieme di essi. La differenza è che il nostro puzzle all'interno della scatola non ha un'immagine chiara e definita, perché sia i fini che i mezzi sono oggetto di incertezza. Nella società tradizionale i pezzi e gli incastri sono garantiti a priori, mentre in questa post-industriale globalizzata devono tutti essere ricostruiti. Karl Raimund Popper, nato nel 1902 e morto nel 1994, definisce questo atteggiamento epistemologia evoluzionistica, grazie alla quale si è costretti a risolvere vari problemi per formulare, attraverso l'eliminazione di errori, sempre nuove teorie da sottoporre a controllo costante.
  Beck definisce la globalizzazione come la società del rischio. Di fronte ai pericoli naturali della società tradizionale (uragani, siccità, carestie, terremoti), oggi si verificano quasi interamente quelli prodotti dall'uomo, come il terrorismo, l'inquinamento, la fame nel mondo, la povertà.
  Ed oggi, inoltre, nessuno di noi è fuori pericolo.
  La globalizzazione cambia la società e continuamente. Essa porta sicuri effetti positivi, segnati dal progresso tecnologico, informatico, telematico, etc., anche se questi ultimi implicano uno spostamento della natura dei rischi, che da non più naturali passano ad essere quasi totalmente culturali, conducendoci nel regno dell' incertezza. In questa turbolenza l'individuo si sente da un lato più libero (perché sono diminuiti i vincoli culturali con la tradizione), più responsabile e autonomo nelle proprie scelte, anche se dall'altro lato la mancanza di riferimenti identitari certi e di legami sociali lo porta in una condizione di smarrimento e solitudine.
  Per questo si avverte l'esigenza di solidarietà e di sviluppare il maggior numero di relazioni sociali. Tutto ciò è riscontrabile nella vita quotidiana e nei nostri comportamenti. I ristoranti, i cinema ed i centri commerciali sono luoghi, spazi dove creare relazioni sociali. Si sente il desiderio di comunità e di interagire con l'altro anche attraverso la connessione telematica. Si pensi al rapido sviluppo delle comunità virtuali delle globosfere oppure delle chat.
  La globalizzazione è molto complessa, ma ciò che rimane semplice è il cuore umano, sempre assetato di un affetto fisiologico e vitale, che stiamo sempre più negando, a noi e quindi anche agli altri.

Bibliografia

 

  • Bertirotti A., Larosa A., 2005, Umanità abissale. Elementi di antropologia secondo una prospettiva bioevolutiva e globocentrica, Bonanno Editore, Acireale-Roma.
  • Bhagwati J., 2004, In Defense of Globalisation, Oxford University Press, Oxford, trad. it., 2005, Elogio della globalizzazione, Laterza Editore, Roma-Bari.
  • Annunziato P., Calabrò A., Caracciolo L., 2001, Lo sguardo dell'altro. Per una governance della globalizzazione, Il Mulino Editore, Bologna.
  • Giddens A., 1999, Runaway World. How Globalization is Reshaping our Lives, Profile Books, London, trad. it. 2000, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino Editore, Bologna.
  • Williams B., 2006, Comprendere l'umanità, Il Mulino Editore, Bologna.
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  • Beck U., 2001, La società globale del rischio, Asterios Editore, Trieste.
  • Bauman Z., 2002, La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Il Mulino Editore, Bologna.
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