Alessandro Bertirotti

Alessandro Bertirotti

Religione

Ragionevolmente divini

  Che la morte apra l'Universo dell'Uomo, quello nascosto alla consapevolezza della ragione, è un'idea antropologica antica e presente in quasi tutte le culture umane sinora scoperte e studiate. Che questa vita, relativamente breve - nonostante le apparenze e le circostanze personali -, sia un misto di certezze, più o meno reali e concrete, e dubbi, oltremodo sentiti e vissuti, è esperienza quotidiana per tutte le civiltà, siano esse storiche oppure primigenie. Infine, che questa vita abbia a che fare con ciò che spesso impunemente chiamiamo ragione e ciò che velocemente concepiamo come fede è altrettanto sperimentabile.

  In sostanza, potremmo dire che la vita degli esseri umani, in ottica antropologica, si è sviluppata intorno a pochi elementi che l'hanno poi totalmente caratterizzata: la vita nella relazione con la sua assenza, ossia la morte; il procedimento conoscitivo umano, fatto di certezze e dubbi che diventano entrambi un metodo scientifico-esistenziale universale di ricerca continua; la compresenza, all'interno della stessa funzionalità cerebrale umana, ossia della mente, di una ragione che si rapporta inevitabilmente con la fede.

  Proprio in questo necessario rapporto, tanto esistenziale quanto cognitivo, tanto concreto quanto speculativo, tra la fede e la ragione, attraverso il mezzo del simbolo, si sviluppa, secondo l'opinione di chi scrive, il motivo fondamentale che rende la vita, le opere concrete e gli scritti di David Lazzaretti non solo attuali, ma fondativi di questo terzo millennio umano. A meno che non si persegua la strada già intrapresa secondo cui si può anche perdere totalmente di vista il ruolo teleologico cui la specie umana è destinata.

  La presenza di una evoluzione della specie, secondo le dinamiche espresse da Charles Darwin, non esclude in sé la coesistenza di una selezione evolutiva, organizzata sotto forma di azioni-pensieri e pensieri-azioni, verso la realizzazione di quella unità cosmica predetta e individuata da David Lazzaretti. Anzi, direi che proprio questo atteggiamento culturale verso un infinito realizzabile in terra perché questa ne è porzione costituente, è forse l'espressione ante-litteram di quel ramo della fisica che oggi definiamo "fisica quantistica". La sua convinzione di base, grazie alla quale ogni essere umano è compartecipe della Creazione Universale, che non si esaurisce nella storia umana, da intendersi come una contingenza cosmica, ma localizzata in un pianeta che la rende comunque parziale, rende l'operato di Lazzaretti, autore terreno del rapporto con Dio, di una sconcertante attualità.

  Non ci interessa in questa sede verificare l'attendibilità della storia di David Lazzaretti. Lascio agli esperti storici verificarne i fondamenti storici o la veridicità. Ci interessa qui, e molto di più, ragionare sull'esigenza che, in alcune circostanze culturali favorevoli, si impone in alcuni individui, come David Lazzaretti e i membri delle famiglie cristiane, di organizzare la propria ragione con la propria fede, in una sorta di dimensione ragionevolmente simbolica della propria vita. Secondo David, per l'uomo che "un giorno sarà re", l'atto supremo della ragione è l'ingresso di se stessa nei parametri dell'assoluto, attraverso l'utilizzazione primordiale di simboli che ne sono vettori. Ma anche questi ultimi, i simboli, alcuni sono finiti, perché limitati dall'espressione della natura umana, altri infiniti, perché frutto di energie cosmiche ancora oggi oggetto di studio in quanto avvolti nel mistero. Si veda ad esempio quanto nulla sappiamo dei famosi "cerchi nel grano", simboli discesi dal cielo, sotto forma di onde elettromagnetiche in esso contenute, in grado di disegnare figure perfette per informare l'umanità.

  Nel rapporto che ogni cultura tenta di avere con la trascendenza, sia essa concepita come un'idea che proviene dall'umano e si dirige verso l'eterno, oppure il contrario, dall'eterno verso la materialità umana, ciò che diventa importante è la dimensione antropologica del movimento. Gli oggetti della realtà possono essere animati oppure inanimati, possono cioè avere un'anima che è in loro il movimento oppure esserne sprovvisti. Questo è ciò che appare ai nostri sensi, anche se la fisica sta attualmente ridefinendo i concetti di materia e di antimateria. È un fatto però che, per semplificarci la vita che altrimenti ci apparirebbe come è, oscura e complessa, cerchiamo di stabilire una differenza fra ciò che è rimasto rispetto a ciò che non lo è. Questa differenza è effettivamente compresa dal cervello sulla base del concetto di movimento: ciò che si può muovere è un soggetto animato, cioè dotato di anima, mentre ciò che rimane dove è posto, dalla natura oppure dall'uomo, è qualche cosa di inorganico, ossia non dotato di volontà né di anima. La flora costituisce per il cervello umano un problema di questo tipo, proprio perché non riusciamo a comprenderne la quota di movimento che esprime (la funzione clorofilliana, l'invecchiamento delle foglie che cadono per poi rinascere, i cambiamenti della corteccia degli alberi, etc...) unitamente alla quota di immobilità, dovuta quest'ultima alla presenza di radici più o meno profonde che penetrano all'interno della terra. Per tutto il resto della realtà sensibile, la differenza fra animato e inanimato sembra relativamente semplice. se tutto ciò che è animato è soggetto a movimento è allora possibile ritenere che nel momento in cui io procedo verso la trascendenza, dal basso verso l'alto, avviene anche il contrario, la trascendenza viene verso di me. Questo tragitto dall'esterno all'interno, mirabilmente espresso nella concezione dantesca del procedere ad inferas, è la possibilità che l'essere umano si concede, se ascolta ed accoglie, di entrare in contatto con la parte più profonda di se stesso che equivale anche alla parte più alta di se stessi: la trascendenza.

  In sostanza, la conoscenza della parte interiore e più profonda della individualità umana è equivalente alla conoscenza della parte più trascendente ed esterna della stessa individualità. Questa concezione che possiamo ritrovare all'interno della filosofia ermetica è espressa mirabilmente nella teologia giurisdavidica quando Mauro Chiappini fa riferimento alla fenomenologia delle coincidenze.

  Ebbene sì. La domanda essenziale resta sempre la stessa: in quale modo il nostro percorso viene modificato dalle intersezioni di questi movimenti che ci pongono in costante ridefinizione del nostro tragitto? In quale modo ogni essere umano si ritrova a dover affrontare situazioni che non aveva assolutamente preventivato e che lo portano a modificare, costantemente e continuamente, le proprie convinzioni di partenza? In altre parole ancora: in quale misura siamo in grado di modificare ciò che viene comunemente definito destino? E poiché non siamo assolutamente in grado di poter rispondere ad una domanda che si presenta sempre modificata nelle risposte dalla vita che prosegue, continuiamo a porla nello stesso modo e a trovare una soluzione dei concetti di coincidenza, causalità, libero arbitrio, destino, volontà e casualità.

  La formazione della coscienza, come prerogativa unicamente umana (almeno così riteniamo, allo stato attuale della conoscenza del mondo naturale), è indubbiamente legata alla percezione del movimento e dunque legata al concetto tanto trascendente quanto immanente di animus. Il termine anima deriva dal greco ánemos, ossia "vento", "soffio vitale", e si riferisce a qualche cosa che permette il movimento, anzi ne è l'elemento costitutivo. L'essere umano si trova ad esistere secondo un cambiamento attraverso il quale permane, e un permanere attraverso il quale cambia. In questo duplice gioco risiede contemporaneamente la dimensione immanente dell'agire umano e del suo collegamento con la trascendenza, che diventa espressione di un desiderio e di un tendere verso.

  Dalle letture di queste pagine, poeticamente scritte dal nostro Mauro Chiappini, profondo diretto conoscitore del messaggio lazzarettiano, emerge proprio questa duplice natura umana e si dirige inevitabilmente verso il ritorno ad uno stato totale ed unico. Da queste pagine emerge un David Lazzaretti che racconta le matrici della storia umana, nelle sue espressioni geografiche e temporali; le politiche adottate dai gruppi di potere, in accordo o meno con l'espressione della prevaricazione sull'uomo da parte di un certo tipo di Santa Madre Chiesa; i collegamenti politici internazionali, che i portatori di Luce sono chiamati ad intessere per riportare in vita contenuti antropologici dimenticati, in seguito all'avvento di un illuminismo sfrenato che poneva la ragione al di sopra di ogni intuizione.

  La convinzione che Dio che non è affatto morto, come direbbe Nietzsche, ma che invece vive e si concretizza nell'età della vita quotidiana, da intendersi come un primordiale stato dell'umanità intera, vivifica a sua volta la storia personale di David Lazzaretti, il quale evidenzia la legge più segreta e l'essenza più intima di tutte le cose: l'anelito costante della nostra specie ad individuare uno scopo per cui anche la fatica ed il dolore sono necessari per scoprire il Dio che è in noi.

 Io sono quasi convinto che l'evoluzione della specie umana, tanto osannata dai miei colleghi, sia in realtà poca cosa rispetto a quello che dobbiamo ancora ottenere dallo sviluppo della specie stessa. Dirò di più. Ritengo che non ci sia tanto da essere orgogliosi della conquista del linguaggio, del progresso della tecnologia, delle scoperte galattiche quando nel nostro pianeta le persone continuano a morire di fame, di sete e la globalizzazione, apparentemente governata, investe la quotidianità di migliaia di individui che accrescono il loro malessere a vantaggio di un numero limitato di persone.
  Credo che sia solo apparente il divario che ci separa dai nostri primi antenati del neolitico e penso che la "vera ricerca" cui è chiamata l'intera umanità non sia ancora effettivamente iniziata. Se il mondo intero, con i suoi governanti e governati, vuole davvero fare un salto di qualità deve fermarsi di fronte al declino apparente del mondo stesso, specialmente in campo esistenziale e dunque su quello economico.
 Ora vi chiedo: siamo in grado di prospettare a noi stessi e agli altri un futuro realisticamente possibile? Dubito che la risposta sia univocamente affermativa. Troppe sono le questioni, le variabili che intervengono e le considerazioni che si devono fare di fronte a questa domanda. Eppure, è necessario cominciare a porsi questi interrogativi, con una certa continuità, una certa costanza nel tempo e riuscire dunque a selezionare nuovi comportamenti davvero evolutivi... almeno da adesso in poi. Altrimenti non sarà più facile come prima andare avanti e credere che il soddisfacimento economico, ossia la ricchezza legata alla vacuità del vivere comune, possano continuare a concretizzare una fasulla idea di felicità.
  La felicità, la nostra specie - quella che definiamo presuntuosamente perfettibile, all'interno della nostra linea evolutiva e selettiva - non la sperimenta quasi mai e il più delle volte per colpa propria! Perché la felicità non è mai una questione individuale, ma è una dimensione antropologica possibile e non ancora selezionata (secondo me, persino volontariamente...), che dipende dalla felicità compartecipata. La felicità è una emozione che può continuare ad essere presente nel quotidiano solo quando si inserisce in una condivisione di progetto solidale. Ogni emozione umana è una forma di comunicazione, sia che avvicini gli altri sia che li allontani. E questo è ancora più vero da quando i media ci mettono di fronte tutti i giorni le geografie umane dove imperversano le guerre, le atrocità delle dittature, le ricchezze di pochi a danno dei molti, l'ignoranza di Stato, e così via...
  Quante e quali sono le strategie umane per raggiungere la felicità? Sono sostanzialmente due: la ricerca scientifica e la fede. La prima strategia richiede una dose di fede, nella strategia stessa, mentre la seconda prevede la presenza della prima, credere che nella ricerca di Dio sia possibile ritrovarlo. Per questi motivi, ritengo che nella ricerca scientifica umana e nella fede alberghino, sotto forme diverse, atteggiamenti antropologicamente veicolati e che mettono in comunicazione il dato immanente della realtà con quello invisibile. Se considero questo ultimo elemento, l'invisibilità di alcune cose del mondo che mi circonda e che pure ritengo possano esistere (come i desideri, le speranze e gli amori), dal punto di vista scientifico cercherò di organizzare la mia vita sotto forma di ricerca in questa direzione, facendo appello ai criteri della logica, sia essa occidentale oppure orientale. In altri termini, se nella vita quotidiana sono abituato a risolvere i problemi secondo un "metodo scientifico", (quello della epistemologia popperiana che andremo a vedere) non c'è ragione plausibile per ritenere che la mia mente, di fronte all'invisibile, assuma un atteggiamento diverso da quello scientifico. Se invece considero i dati invisibili dal punto di vista della fede, dovrò sempre cercare di mettere a punto una strategia di ricerca, nella convinzione di essere condotto, in questa strategia, da una architettura universale che guida le mie azioni nella direzione che ho intrapreso. In tutti e due i casi, la vita umana si manifesta come un costante e continuo, anche se a volte incosciente, processo di ricerca.
  In effetti, ogni individuo, come ogni gruppo sociale e cultura, attribuisce al proprio concetto di vita la connotazione di realtà, come se desse per assodata la coincidenza fra il dato concreto e la verificabilità delle cose. In altri termini, si tende a riunire in un solo termine, realtà, un insieme di dati sensoriali con un insieme di credenze circa il ruolo dei dati stessi.   Quando vedo un pomodoro, dico che esso è vero perché lo riconosco come tale: rosso, profumato e che contiene al suo interno acqua e semi. Concludo dunque che il pomodoro è qualcosa di vero perché verificabile. Posso però affermare che se non riuscissi a considerare vero il pomodoro per una alterazione di uno dei cinque sensi, tale pomodoro non sarebbe totalmente verificabile, ma solo parzialmente, ossia attraverso gli altri sensi integri.   Continuerei dunque a ritenere che il pomodoro risponde ai requisiti di realtà che appartengono a tutti gli uomini che possiedono i cinque sensi, anche se io posso averne funzionanti solo quattro. Bene. Dove sta però la differenza? Nel fatto che un senso è fuori uso per me e comunque la mia realtà è diversa, in riferimento al senso che mi manca, anche se molto simile a quella di tutti gli altri. Questo ragionamento, prettamente logico e, direi, patrimonio del senso comune, è utile per comprendere: a), le differenze che possono esistere fra le persone, (anche se apparentemente ci sembrano identiche); b), la tendenza a considerare le cose sempre dal proprio punto di vista. In altre parole, la realtà che esperimenta un cieco è definita dal cieco stesso come identica alla realtà sperimentata da colui che non è cieco. Entrambe le persone, il cieco e il vedente, considerano la propria realtà come concreta e verificabile e comunicandosela ne evidenziano i punti in comune.       Nonostante queste differenze, che sono il più delle volte proprio invisibili, si crede e si tende a ritenere di essere pressoché simili, ed in effetti questo è vero. Ma allora, cosa devo fare: considerare le persone diverse oppure simili fra loro? Se voglio perseguire la via della felicità, intesa come ricerca adattativa costante fra l'interno-invisibile con l'esterno-visibile per me, ma invisibile per alcuni, devo ritenere che il percorso possa realizzarsi solo nella solidarietà umana generale, partendo però dalla personale situazione nella quale mi trovo.
  In altri termini, ogni individuo è un ricercatore e si trova nelle condizioni naturali di condurre una vita all'insegna di un progetto, tanto apparentemente frutto della propria volontà quanto quasi totalmente frutto della volontà Altrui ed in questo gioco delle parti ci si evolve tutti, ma lentamente. Andare a scoprire la verità significa proprio attuare questo percorso, con un grado sufficientemente evidente di consapevolezza, esercitata sia verso se stessi che verso gli altri.
  La ricerca della verità, in nome delle condizioni fisiche in cui ogni uomo versa, compresa quella mentale, avviene attraverso quattro sostanziali passaggi, passi, che sono stati evidenziati nell'epistemologia di Karl Raimund Popper e grazie ai quali si dichiarano le teorie. Essi sono:

  • La problematizzazione di un evento, cosa o situazione. Se io non mi chiedessi cosa effettivamente si nasconde dietro una bottiglia di acqua, non cercherei di comprendere a cosa serve questo utensile, quando è stato inventato, perché ha assunto quella particolare forma e perché può essere costruito utilizzando materiali diversi;
  • La formulazione di una teoria che interpreti il problema che mi sono posto. Di fronte alle questioni che mi sono posto rispetto alla bottiglia, dovrò in qualche modo trovare una spiegazione che mi soddisfi;
  • Scartare tutti quegli errori che nel ricercare commetto, quando tento di rispondere alle domande che mi sono posto con la problematizzazione. Ad esempio, potrei affermare che la bottiglia serve solo per contenere acqua. Ebbene, qualora scorprissi che può contenere anche olio e sassolini, devo riformulare la teoria circa la sua utilizzazione dicendo che "si tratta di un contenitore di materiale generico". Via via, andando più sullo specifico, posso elencare (metodo in estensione) quali sono quei materiali che possono essere contenuti nella bottiglia.
  • Sottopporre a controllo costante e continuo la mia teoria. Qualora scoprissi che con la bottiglia posso far un'opera d'arte se la porto alla Biennale d'Arte Contemporanea di Venezia, dovrei modificare, ossia falsificare come direbbe Popper, l'idea che la bottiglia sia semplicemente un contenitore. In questo caso sarebbe anche, decontestualizzata la sua funzione teorica primigenia, un'opera d'arte. Che piaccia o no, sia vero o meno che è un'opera d'arte verrà spiegato da altri riferimenti teorici, quelli che fanno parte dell'Estetica.

  In tutta la mia vita procedo in questo modo: mi pongo un problema, tento di risolverlo attraverso una spiegazione teorica eliminando gli errori che mi allontanano da una spiegazione soddisfacente, tengo sotto controllo la mia teoria tentando di falsificarla e formulo dunque, su quella particolare questione, una nuova interpretazione teorica.
  Bene. Fin qui tutto sembra relativamente ovvio, nel senso che in questo procedimento si riconoscono la maggioranza delle persone. Il problema nasce quando, devo problematizzare la questione del "perché vivo", oppure da "dove provengo", qualora provenissi da qualche parte... Oppure ancora, del "dove vado" in questa vita, oppure tutto finisce con la mia morte fisica. E da questa ulteriore partenza inizia un altro tipo di ricerca altrettanto allettante che è la ricerca della perfezione, altrimenti definita Dio.

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