Con l'immaginario l'uomo proietta la propria forza al di fuori dei condizionamenti contingenti del proprio tempo e territorio, trasportandola simbolicamente in un mondo infinito e perfetto. Tutto ciò avviene nel cervello umano grazie ad una costante e continua auto-organizzazione. La stabilità del sistema viene raggiunta attraverso una tendenza alla massimizzazione della complessità, incrementata dall'equilibrio tra continuità e flessibilità. L'immaginazione si configura dunque come una ierofania della eterna lotta contro la putrefazione della morte e del destino. Secondo Jung il simbolismo è una attività spontanea e connaturata dell'uomo, non riconducibile esclusivamente al problema della repressione delle pulsioni istintuali e al conseguente travestimento all'atto del loro ripresentarsi alla soglia della coscienza, come invece sosteneva la teoria della rimozione di Freud.
In questa ottica, Dio è, nella nostra tradizione biblica, il verbo, proprio perché crea con la parola, unione di suono e gesto, il significato. Il mistero risiede proprio nel simbolo in sé, ossia nella capacità che un determinato segno, sia linguistico che analogico, possiede nel richiamare alla memoria umana qualcosa che apparentemente non è contenuto nel simbolo stesso. È proprio l'immaginario, inteso come il luogo della progettazione umana, che acquista in questa visione un ruolo fondamentalmente cognitivo, ossia legato ad una specifica attribuzione della mente, grazie alla quale pensiamo diversamente rispetto al dato reale nel quale ci troviamo.
Il sogno è un'attività del pensiero umano che ha interessato l'uomo fin dai primordi della civiltà. L'individuo, mediante la rappresentazione fantastica del sogno, riscrive a proprio modo la realtà quotidiana, rivivendola nella modificazione dei fatti, alla luce dei suoi desideri più intimi. Vi sono però dei luoghi, dei tempi e situazioni in cui la cultura permette e favorisce l'espressione di questi sogni ad occhi aperti. La forza evocativa della parola nel teatro riguarda le passioni umane, la vita e la morte. L'attore telematico, nel dare vita al personaggio interpretato, deve sottrarre l'azione alla ovvietà ed alla prevedibilità. Questo è il mondo della Chat, del Blog e dei Forum.
Un nuovo mondo.
L'umanità tutta, di fronte alla natura e ai misteri del cosmo, vive un profondo senso di inadeguatezza e frustrazione, poiché, consapevole della sua finitezza e del suo scarsissimo potere nei confronti delle logiche universali, si trova perciò in una costante condizione di impotenza. Nessun individuo riesce a controllare totalmente la morte ed il tempo, mentre migliorano le conoscenze verso una spiegazione ragionevole della paura e dell'angoscia scatenate da tale consapevolezza. La percezione del tempo, in particolare, è un vero e proprio misuratore dei cambiamenti, ed il senti-mento d'impotenza rispetto all'avanzare dei cambiamenti e degli eventi temporali induce gli uo-mini ad elaborare risposte che colmino l'eccessiva astrattezza di tale dimensione. "L'immaginazione attira il tempo sul terreno dove può vincerlo con tutta facilità" (Durand G.,1996:119).
Per questi sostanziali motivi, molte azioni messe a punto dalle diverse culture umane sparse su tutta la terra, sviluppano strategie cognitive per colmare il vuoto esistenziale che si crea fra il con-trollabile ed il non controllabile. L'immaginario umano assolve al compito di unire cognitivamente tutte le aspirazioni dell'umanità con lo scopo di meglio tollerare, perché uniti nella cultura di ap-partenenza, quella quota di imponderabile che in effetti veicola molte delle nostre azioni, progetti e desideri. "L'attività mentale funziona per il tramite di simboli (linguistici e non linguistici): la comunicazione si avvale di veicoli simbolici (parole, suoni, grafie, gesti, etc.) i significati dell'attività mentale e della comunicazione si cristallizzano in modelli simbolici che,a loro volta, possono esse-re trasmessi socialmente e conservarsi nel tempo, indipendentemente dagli individui che contin-gentemente ne sono portatori" (Edelman M., 1987:7).
Abbiamo due fondamentali tipologie cognitive di immaginario: l'imaginatio e la phantasia. Con la prima si raccolgono i dati provenienti dal sensus communis, mentre con la seconda, intesa come fa-coltà della prima, li si coordina e li si gestisce progettualmente (Ferraris M.,1996). Con l'immaginazione, ad esempio, l'uomo elabora i dati provenienti dagli input (imput) reali del caval-lo, mentre li utilizza nella fantasia creando il centauro, a sua volta inseribile in un immaginario col-lettivo (compartecipato) che fa uso di simboli (Ferraris M., idem).
Con l'immaginario l'uomo proietta la propria forza al di fuori dei condizionamenti contingenti del proprio tempo e territorio, trasportandola simbolicamente in un mondo infinito e perfetto. Tut-ti i complessi codici simbolici dell'immaginario evidenziano il continuo tentativo di realizzare su differenti piani il contatto con il trascendente.
Mircea Eliade, nel suo studio sulla fenomenologia dei simboli, evidenzia che l'umanità tende a rapportarsi con i propri simili e l'ambiente circostante (in generale con tutto ciò che è altro da sé) inventando un sistema di simboli che espliciti un preciso ordine. Un ambiente-territorio considera-to sicuro per la sopravvivenza dei suoi componenti è costruito separando il centro, che è sacro per-chè scelto, dalla periferia, abitata dalle azioni quotidiane (Eliade M., 2006). Quando una cultura è in grado di ordinare le cose esterne e quelle interne a sé, essa diventa capace di controllare l'ambiente ed i suoi abitanti.
Nello stesso modo funzionano le diverse abilità cognitive individuali. Il nostro cervello chiede a se stesso un alto livello di ordine, di gerarchizzazione e selezione delle funzioni mentali, proprio per conservare un alto grado di coesione e stabilità. Tutto ciò avviene nel cervello umano grazie ad una costante e continua autorganizzazione. La stabilità del sistema viene raggiunta attraverso una tendenza alla massimizzazione della complessità, incrementata dall'equilibrio tra continuità e flessibilità (Siegel D.J., 2001).
Si prendano i cosiddetti conflitti interiori, ossia quelle situazioni in cui ogni individuo sperimen-ta la difficoltà di prendere una decisione maturata e convinta, oltre che ineludibile. Nella nostra mente, tali conflitti si manifestano con le medesime immagini e con il medesimo simbolismo di cui troviamo testimonianza in tutte le religioni e ideologie del mondo. Il simbolismo ed il suo utilizzo non sono monopolio di una singola disciplina, ma designano un dato antropologico globale, per-chè la cultura, intesa come tutto ciò che attiene alla dimensione umana, è espressione, in termini di significato della mente e dei fenomeni, di spiegazioni plausibili sul dato reale ed immaginario (E-delman M., 1987).
Jung paragona la crisi psicologica scaturita dall'opposizione dei contrari, presente in tutte le at-tività e i fenomeni naturali e mentali, al processo che in alchimia prende il nome di congiunzione dei due principi. L'alchimia, a parere dello studioso svizzero, rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e mentale. Egli afferma che l'opus Magnus persegue due finalità: il sal-vataggio dell'anima umana e la salvazione del cosmo (Mc Guire W., Hull R.E.C, 1997).
L'idea o il pensiero della morte è ciò che nell'uomo scatena i più alti livelli di crisi ed angoscia. L'uomo può accettare, rifiutare o metabolizzare, l'esperienza della morte altrui (non si può parlare di esperienza della propria morte, perché ciò è biologicamente impossibile), generando schemi mentali in grado di gestirne l'idea. Secondo Durand l'immaginario esorcizza di fatto sia la morte che il tempo. "Raffigurare un male, rappresentare un pericolo, simboleggiare un'angoscia, significa già, attraverso il dominio del cogito, dominare tutto ciò" (Durand G., 1996:119).
La consapevolezza collettiva, secondo la quale si condividono questi simboli, rafforza il senso di appartenenza alla comunità stessa, e diffonde il sentimento di reciproca unità. "La memoria permet-te un raddoppiamento degli istanti, e uno sdoppiamento del presente, conferisce uno spessore inu-sitato al fosco e fatale flusso del divenire, e assicura nelle fluttuazioni del destino la sopravvivenza e la perennità di una sostanza" (Durand G., idem:407).
Nelle culture occidentali contemporanee in effetti i luoghi della memoria sono veri e propri spazi sacri nei quali il tempo torna indietro, nella speranza di cancellare gli eventi per il quale è ricorda-to. Ecco perché l'utilizzazione dell'immaginario consente di esorcizzare il tempo e la morte, ma an-che di proiettare verso l'Eterno l'angustia del vivere quotidiano, finalizzando l'attività umana nel rendere reali i propri sogni. L'immaginazione è una ierofania della eterna lotta contro la putrefa-zione della morte e del destino (Durand G., idem).
Tra i linguaggi con i quali si esprime l'immaginario collettivo, l'attività onirica è la più immedia-ta in quanto non soggetta alla censura della razionalità. Il sogno recupera ciò che è presente nella mente degli individui, facendo trionfare il punto di vista fantastico. E' il modo analogico e primiti-vo del sogno che ricostruisce immagini antiche, le quali non sono idee, ma disposizioni organico-ereditarie. L'inconscio non contiene solamente elementi personali, ma soprattutto elementi collettivi ed impersonali ereditari che lui stesso definisce archetipi.
Secondo Jung il simbolismo è una attività spontanea e connaturata dell'uomo, non riconducibile esclusivamente al problema della repressione delle pulsioni istintuali e al conseguente travesti-mento nell'atto del loro ripresentarsi alla soglia della coscienza, come invece sosteneva la teoria della rimozione di Freud. Per l'allievo di Freud, il simbolo è una sorta di autonoma autorità che si presenta sotto forma di archetipo. L'archetipo, scrive Jung, è "qualcosa di assai simile all'istinto: una disposizione preformata a reagire a determinati stimoli. (...) Esso è la forma che, utilizzando il ma-teriale offerto dalla percezione e dall'immaginazione conscia, nonché quello offerto dall'inconscio personale, dà origine alle immagini simboliche tipiche del sogno o di ogni stato psichico ove sia venuto meno il controllo della coscienza" (Jung C.G., 1981:11-12).
Jung evidenzia in effetti come si presentino elementi, gesti e simboli simili in molte culture o in piccole comunità distanti tra loro, anche se con piccole varianti. La modalità di stare al mondo dell'uomo è comune ed il modo di interagire con tutto ciò che si teme appartiene allo stesso modus operandi generale. L'inconscio dei popoli più remoti possiede una notevole concordanza di forme e di motivi mitici autoctoni. Gli archetipi formano grandi costellazioni di simboli che precisano ulte-riormente il rapporto tra l'uomo e il cosmo.
Tra le immagini primordiali va collocata l'immagine della madre. L'archetipo della grande madre è presente in tutti gli individui di tutte le culture sino ad ora conosciute, con poche variazioni, poi-ché tutti i bambini condividono l'aspettativa interiore di un individuo che si prenda premurosa-mente cura di loro. Inoltre, ogni bambino è condizionato dall'idea fornitagli dalla cultura circa quello che una madre dovrebbe essere ( Jung C.G., idem:46). Quando questi simboli entrano in un tessuto dinamico si trasformano in miti, riti, vere e proprie narrazioni con le quali una cultura par-la di se stessa a se stessa ed agli altri.
Per Jung, gli archetipi della madre e dell'anima investono una pluralità di aspetti: dall'ambito ri-tuale sino alla mitologia, dalle religioni sino alla filosofia, dal mondo naturale e animale sino alla civiltà umana, dalle sue strutture fondamentali sino ai luoghi dotati di significati universalmente validi e ricorrenti in ambienti e società diverse.
In termini generali, i simboli possono avere un valore positivo e favorevole, ovvero negativo e nefasto. Simboli nefasti sono la strega, il drago, così come ogni animale che divori o avvinghi (un grosso pesce o il serpente), la tomba, il sarcofago, le acque profonde, la morte, l'incubo. I simboli positivi possono essere l'acqua chiara e fresca, l'alba di un nuovo giorno, la luce, la donna che ge-nera, etc. Le immagini sono strutturalmente polivalenti, ossia strutturate secondo fasci di significati, e perciò sono preziose nel tentativo di cogliere la realtà ultima delle cose, perché la realtà empirica si manifesta in modo contraddittorio, ed è impossibile esprimerla tramite concetti distinti e preci-samente opposti. Gli archetipi appartengono al patrimonio inalienabile di ciascuna psiche e costi-tuiscono quel tesoro nel campo delle oscure rappresentazioni comune a tutti gli uomini.
Tuttavia, una fra le priorità fondamentali dell'umanità è quella di affrancarsi dal dominio dell'inconscio e vincolarsi ad una forza conformatrice importante e determinante, ossia al processo di inculturazione dell'individuo. Durante tale periodo, collocabile tra gli zero e i diciotto anni, av-viene l'acquisizione dei sistemi normativi peculiari del proprio gruppo e dunque degli atteggia-menti che l'individuo stesso comunica e compartecipa, fino al suo completo inserimento nella so-cietà di appartenenza. In questo periodo detto, appunto, inculturativo, si acquisiscono e si assumo-no modelli culturali specifici e tipici, perché si ritiene siano i più adatti alle diverse situazioni ap-prese e prevedibili (Bertirotti A.,Larosa A., 2005). Tutto ciò consente ad una cultura di "mantenere un buon livello di integrazione socio-culturale, allontanando tutte le forme di comportamento an-tropico (...). La cultura premia coloro che si adeguano ai modelli di comportamento accettati e pu-nisce coloro che vi si discostano troppo" (Bertirotti A., Larosa A., idem:98).
Questo processo avviene utilizzando le tecniche di trasmissione della cultura, le quali per eccel-lenza si rifanno a ciò che comunemente definiamo linguaggio, ossia un "(...) insieme strutturato di simboli segnici che costituisce il mezzo con cui gli individui comunicano tra loro" (Bertirotti A., Larosa A., op.cit.:181). Il contatto tra l'uomo e l'immaginario si realizza in forme e linguaggi diffe-renti per caratteristiche, ma profondamente radicati nello sforzo di rappresentare i desideri e le angosce dell'essere pensante uomo.
Nella Genesi (Giovanni 1,1) si legge che Dio crea il mondo attraverso il suono della parola, e per questo motivo l'unica cosa che Dio non crea né inventa è la parola, che contiene l'energia creatrice del suono. Dio, nella nostra tradizione biblica, è il verbo, proprio perché crea con la parola e attri-buisce significato con l'energia del suono contenuto nella parola.
La derivazione trascendente della funzione del linguaggio nella tradizione biblica non è una questione prettamente culturale, quanto una dimensione antropologica generale, definibile simbo-lica, in nome della quale la creazione di significati avviene grazie ai simboli, ossia ai segni che si trasformano in ulteriori significati. Si tratta in effetti di un mistero, anche se la presenza del gene FOXP2, senza del quale non avremmo associazione fra significato e suono nella parola, rappresen-ta comunque la conditio sine qua non del linguaggio stesso e per tutta la specie Homo sapiens sapiens. Il mistero risiede proprio nel simbolo in sé, ossia nella capacità che un determinato segno, sia lin-guistico che analogico, possiede nel richiamare alla memoria umana qualcosa che apparentemente non è contenuto nel simbolo stesso. Questo richiamo ad altro è in sostanza la capacità inerente il lin-guaggio stesso, grazie al quale alcuni segni grafici (morfemi) e sonori (fonemi) conducono il ragio-namento umano oltre i segni stessi, collegando i dati della realtà sensibile a quelli meno sensibili dell'immaginario.
È proprio l'immaginario, inteso come il luogo della progettazione umana, che acquista in questa vi-sione un ruolo fondamentalmente cognitivo, ossia legato ad una specifica attribuzione della mente, grazie alla quale pensiamo diversamente rispetto al dato reale nel quale ci troviamo. Con la parola, come con qualsiasi altro codice, si pensi agli emoticons della chat, invento un altro me stesso diver-so da me, nel quale abitano desideri e possibilità futuribili.
Sigmund Freud, nella sua concezione circa la funzione dell'attività onirica umana, ci può aiutare a comprendere meglio quanto sia importante per la nostra attività cognitiva cosciente e deliberata produrre immaginazione.
Secondo Freud, l'attività onirica è caratterizzata dalla percezione di immagini e suoni apparen-temente reali che condizionano anche lo stato di veglia dell'individuo. Secondo la teoria psicoana-litica classica, il sogno è la realizzazione allucinatoria, durante il sonno, di un desiderio inappagato durante la vita diurna (Freud S., 1993). I simboli che compongono il sogno sono motivati dal prin-cipio del piacere che geneticamente si sviluppano lungo localizzazioni gerarchizzate, dall'alto in bas-so e proseguendo nel profondo. I sogni diventano dunque il risultato di un continuo processo di rimozione e integrazione tra le pulsioni individuali e quanto invece è normativamente dettato dal-la cultura. Il linguaggio dei sogni è analogo a quello dei miti, ed è quindi possibile decifrarne il particolare simbolismo.
Il sogno è un'attività del pensiero umano che ha interessato l'uomo fin dai primordi della civiltà. Il disegno a carboncino nella cosiddetta Grotta dei Bisonti di Lascaux è la rappresentazione di un sogno. L'autore disegna ciò che vede con la fantasia: l'uccisione del bisonte durante una battuta di caccia, ossia ciò che desidera accada nella realtà. Esso è la rappresentazione artistica di ciò che ac-cade durante il sogno ad occhi aperti, riprodotto mediante una elaborazione fantastica e mnemoni-ca, che viene proiettata nella vita reale.
Per Freud il sogno è uno tra i mezzi più efficaci per osservare le fantasie individuali, rimosse dall'area della coscienza durante il giorno, ma che vengono rivissute come in una sorta di rappre-sentazione teatrale durante la notte. Secondo una visione funzionalistica del sogno, esso assolve lo scopo di esaurire la tensione accumulata dal soggetto durante lo stato di veglia, presentando un ti-po di soluzione immaginata.
La vita quotidiana di ogni individuo, a qualsiasi latitudine e longitudine esso si trovi ad esistere, è caratterizzata da un alto tasso di frustrazione, scatenata dall'impossibilità di realizzare tutti i pro-pri elaborati desideri. Sempre secondo la teoria psicoanalitica, l'individuo vive questa situazione con un senso di colpa e cerca di sottrarvisi, tentando di rimuovere costantemente l'oggetto del proprio desiderio. Si avvia dunque un processo secondo il quale l'individuo prova a soddisfare un desiderio oramai anacronistico, proprio perché dovrebbe modificare la direzione del tempo verso la reversibilità. L'individuo, mediante la rappresentazione fantastica del sogno, riscrive a proprio modo la realtà quotidiana, rivivendola nella modificazione dei fatti, alla luce dei suoi desideri più intimi.
Nella fase cognitiva adulta, quando il pensiero astratto accede alla reversibilità del tempo, i so-gni, ed in particolare quelli ad occhi aperti, sono importanti proprio per questi motivi, ossia perché permettono di collocare i propri desideri nel futuro, in un progetto di vita cui tendere. Invece, in una situazione di disagio psichico, il sogno rappresenta il tentativo di ripercorrere a ritroso le tap-pe di un cammino percorso durante l'esperienza reale, e di realizzare le occasioni perdute dell'infanzia, oppure quelle impossibili da cogliere.
Vi sono però luoghi, tempi e situazioni in cui la cultura permette e favorisce l'espressione di questi sogni ad occhi aperti. Tutto ciò avviene nei luoghi e tempi dell'arte, della messa in scena di se stessi, in cui abita tutto ciò che vorremmo essere e non siamo riusciti ad essere ora e che, forse in realtà, non potremmo più diventare.
Quale via di fuga ci rimane?
Diventare ciò che siamo e farlo nel mondo virtuale di una rappresentazione teatrale di noi stessi, che oggi si identifica nel web, grazie ai forum, i blogs, la chat, le mails.
Da sempre la rappresentazione fantastica della realtà viene confinata in periodi specifici, anche in luoghi adibiti con particolari scenografie e costumi: il teatro. Nell'era della comunicazione vir-tuale, che ha come platea naturale un indefinito e indefinibile pubblico, la forma più antica di co-municazione continua ad essere un laboratorio di interpretazione e produzione di sogni e di sim-boli. I vari stili, generi, tendenze poetiche, di culture e nazioni distanti tra loro, nascondono il biso-gno di uomini e di donne di socializzare i propri bisogni e le proprie personali visioni, inventando l'essenza del teatro. Così il teatro quotidiano, di tutti e per tutti, dove ogni individuo può contem-poraneamente diventare sia attore che spettatore di se stesso, è quello virtuale del web e della chat, dove un insieme infinito di tracce vitali del passato e del presente dell'umanità, di storie di uomini e di donne, di vite e di amori, comunicano fra loro.
Supponiamo che il web e la chat siano un nuovo modo di fare teatro, un teatro personale e quo-tidiano, alla portata dei nostri più intimi sentimenti, quelli che per qualche ragione e misura ab-biamo difficoltà ad esprimere. Potremmo allora considerare questa pratica come una diretta conse-guenza evolutiva di una antica esigenza, proprio quella della rappresentazione di se stessi, anche attraverso l'immaginario. Agli inizi della avventura telematica di questo millennio, la chat era solo scritta. Oggi invece si chatta con la webcam, dunque ci si può vedere, anche mascherati indossan-do i costumi del personaggio che si vuole rappresentare, e ci si parla attraverso Skype, utilizzando cuffie e microfoni. Il palcoscenico è il video del computer di casa, lo stesso che il nostro interlocu-tore, anche a distanza di migliaia di chilometri, possiede e grazie al quale si inventa simile o dissi-mile a se stesso, entrando in un gioco continuo di rimandi e invii nel palcoscenico virtuale. Per e-sprimere le emozioni, quando la parola detta via cuffie non è sufficiente, oppure si vuole nascon-dere il proprio timbro vocale, vi sono gli emoticons, le faccine emotive.
La forza evocativa della parola nel teatro riguarda le passioni umane, la vita e la morte. Elementi costanti in tutta l'opera teatrale mondiale, e colui che ne parla e ne scrive è comune pensiero, mentre si limita solo a rivelare il proprio mondo interiore e immaginario, i propri sogni oppure le proprie ossessive metafore (Barba E., 1993)
La realtà virtuale si pone dunque come la prosecuzione antropologica del bios scenico, comune a tutte le culture, specificando che il fine generale del teatro è trascendere il presente. Analogamente al sogno, la scena teatrale dà vita alla realtà immaginaria, perché la rappresentazione virtuale si fonda su una trasposizione equivalente con elementi che pur non essendo l'oggetto o l'azione rap-presentata ne diventano simbolo, diventando significati diversi rispetto a quelli originari.
Nella realtà virtuale si dà impulso ad una azione che diventa reale per il semplice fatto di essere volontaria e vederla simbolicamente effettuata nel video, grazie all'intervento del pensiero astratto e la funzionalità dei neuroni specchio dell'area F5, nella zona frontale e prefrontale del nostro cervel-lo. In questo modo, il pensiero diventa azione modellandosi in udibili e visibili.
L'attore telematico, nel dare vita al personaggio interpretato, deve sottrarre l'azione alla ovvietà ed alla prevedibilità. Il soggetto che recita inverte la percezione empirica del mondo esterno, che dagli oggetti conduce all'intelletto, visualizzando la realtà prima nella sua mente e poi rappresen-tandola come se fosse vera. Paradossalmente, colui che recita telematicamente bene, proprio come coloro che sono sulla scena di qualche teatro del mondo, non deve fare capire che sta recitando, in caso contrario ogni azione risulta falsa e poco naturale. Nella chat e nel web si può inscenare qual-cos'altro rispetto a ciò che si rappresenta e, indicando il passato per suggerire il futuro, si riprodu-ce attraverso l'immobilità il moto continuo.
Per questi motivi, internet è diventato un nuovo luogo fisico della mente, nel quale si può diven-tare ciò che si crede di essere, dove trovano sede i sogni e le paure condivise nel tentativo di stabilire il contatto con il trascendente. Le trame della chat, seppur secolari, non si discostano molto nei te-mi e nelle vicende da quello spazio circoscritto e sacro per l'umanità, dove abita l'eterno desiderio degli uomini di essere immortali e potenti, di essere dei in terra.
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