Adriano Nicosia, 2009, I misteri del Saio, A&B Edizioni, Acireale-Roma
Che la Sicilia sia e sia sempre stata terra dalle "numerose compresenze gestionali" non è cosa nuova, né penso che sarà diversamente in futuro. E con questo non voglio esprimere un giudizio di valore circa la questione, quanto ricordare ai lettori che la frase iniziale di questa recensione è la considerazione principe che emerge in coloro che leggono questo romanzo-realtà di Adriano Nicosia. Fino a quando esisteranno sacche di forte povertà ed analfabetismo, unite a volte anche ad un'assente "educazione al lavoro", non solo la Sicilia, ma molte parti del mondo dovranno vivere in connivenza con poteri non proprio legalmente riconosciuti. Non è nemmeno necessario, per apprezzare il testo I misteri del saio, sapere se ciò che ci viene descritto e raccontato sia vero o meno, perché l'intreccio della storia è semplice e scorrevole, facendo appello ad un realismo letterario avvincente e convincente. Il testo lo si legge velocemente, perché i personaggi sono facilmente riconoscibili in atteggiamenti che, per coloro che conoscono un poco la Sicilia, sono ancora presenti in molte zone dell'isola. Ed il loro fascino, il loro mistero, è proposto dal Nicosia con frasi brevi, concise ma molto efficaci, secondo il linguaggio che sono soliti usare fra loro i nisseni. Eh, si! Il Nicosia è di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, e conosce bene la propria gente, così come è appassionato della storia della terra che gli ha dato i natali...
I misteri del saio è quindi un testo fresco e di facile comprensione, anche quando i personaggi parlano in siciliano, una lingua decisamente musicale ed emozionante, specie per chi, come me, ha avuto la fortuna di frequentare questa meravigliosa isola, colma di contraddizioni ma abitata da persone argute, silenziose ed eloquenti... quasi sempre, come in questo romanzo, anche quando tacciono.
Alessandro Bartolomeoli, 2009, Cui prodest. Strategia della tensione, delitti del mostro di Firenze, Rennes le Chateau, AIEP Editore, San Marino
Il romanzo si sviluppa e si dipana su due piani: il piano della realtà, del fisico in cui si narrano fatti, eventi e la quotidianità dei vari personaggi e il piano metafisico al quale si ricorre per interpretare i fatti del reale e che inserisce nel racconto presenze inquietanti, paurose e diaboliche.
Ulteriore contrasto ci è fornito dal racconto della piccola quotidianità e il feroce, repentino e tragico destino che la distrugge. Due piani di realtà: realtà conosciuta, giornalistica che narra i fatti; realtà esistente, sconosciuta ai più ma primum movens dei fatti evidenti.
Gli episodi criminosi che si susseguono si alternano alle indagini, ai riferimenti che ne arricchiscono l'interpretazione, ai personaggi che emergono ciascuno apportando qualche nuovo elemento di interpretazione. Emergono simbologie comuni che fanno pensare ad una mente unica un primo motore che li ha ideati. Personaggi ed episodi che hanno riempito le cronache e le pagine dei giornali per giorni e giorni diventano il filo rosso che si collega a poteri occulti, il tutto regolato da una regia che tutto sovrasta e dirige.
Il racconto stranamente si sviluppa senza suddivisioni in capitoli che potrebbe allentarne la tensione, tuttavia il lettore è spesso destabilizzato dai frequenti ed improvvisi spostamenti nel tempo e nello spazio. Questa strategia unita all'incalzare degli eventi che si susseguono tengono il lettore in continua tensione e si fa sempre più difficile chiudere il libro e interrompere la lettura.
Il Caronte che accompagna il lettore in questo viaggio è Alex, scrittore attento e acuto osservatore. Lo conosciamo all'inizio del romanzo quando è piccolo e vive nell'inconscio con grandi disagi e paure l'incubo di eventi tragici che lui "sente" e che da adulto si trova a rivivere come cronista e romanziere.
Ma il suo "percepire" oltre il percepibile ci fa capire che questa storia non avrà mai fine e intanto ci chiediamo con l'autore: A chi giova?
Simonetta Bumbi, 2009, IoStoConLeTartarughe, Edizioni Smasher, Barcellona, Messina, pgg. 176
Simonetta Bumbi non usa le maiuscole, tranne che per scrivere di Lui. Alcune volte, forse troppo spesso per i miei gusti, inserisce la rima baciata. Il testo è però importante, significativo e doloroso allo stesso tempo. Non lo si legge, come spesso si dice e la si ritiene una caratteristica positiva per un libro, "tutto d'un fiato". Con Simy, come l'autrice si firma per gli amici, bisogna avere molto fiato, e saperlo dosare attentamente, perché gli episodi, le considerazioni sulla vita e sulle persone che popolano la sua esistenza sono profonde, taglienti, argute e pregnanti.
Simonetta vive con Tarta e Ruga, che scrutano i giorni dell'autrice, punteggiati dalle parole della figlia, suo unico e vero dono della vita. Sul suo accidentato percorso non manca, qualche maschio alessitimico che si infrange nel mare di amore che lei stessa sarebbe in grado di elargire e che nessuno vuole e comprende. Non a caso essa si chiede perché attenda ancora un "bacio sulla fronte che si confina tra pelle e cuore". E continua raccontandoci che sono la vista ed il tatto i veri protagonisti dei desideri più reconditi della sua vita. Sono questi due sensi che hanno sempre a che fare con un tempo che inesorabilmente scorre, dimenticandosi di lei, come non fosse mai esistita. E per farci capire quanto siano per lei rivelatori gli occhi, secondo la mirabile tradizione neoplatonica di Marsilio Ficino, accosta la loro funzione alla cura che un gesto del trucco, con il Rimmel, pone nei confronti del loro contorno. Eh, sì! Per la Bumbi è decisamente il contorno, ciò che rimane inespresso nel silenzio della solitudine, a determinare il senso profondo delle relazioni umane, le quali, in effetti, sono effimere e vane come la sua vita affettiva.
Ma non desidera che sia così, anzi.
Il testo non può essere definito romanzo, ma piuttosto un diario. Oscilla tra il personale e il culturale riferito ad un mondo nel quale ogni individuo coraggioso ammette di essere coinvolto. Ma nonostante la desolazione, nelle pagine si respira un vago quanto umano ottimismo. Simonetta, vive nella sua disperazione anche suicida, nella sua confusione emozionale nella quale non sa se è lei a dover chiedere perdono di una vita che non ha cercato né voluto, oppure è la vita stessa che dovrà scusarsi per averla trascurata davvero. Essa è comunque sempre in lotta con il tempo, per fermare il meglio e dimenticare un passato che riaffiora continuamente.
È il sabato il giorno peggiore, accanto alla domenica, quando l'infanzia e la biografia personale riaffiorano con tutta la forza delle vecchie ferite, quelle che difficilmente si rimarginano se i neuroni non si decongestionano. Alla fine, anche il sabato sarà accettato, perché il desiderio di amore, totale ed universale che emerge dalle parole di Simonetta diventa patrimonio dell'umanità, di tutte le persone che soffrono ed hanno sofferto per la loro sincerità e coraggio.
Ebbene, consiglio vivamente di leggere questo libro perché, non solo è scritto bene (anche se le minuscole e la punteggiatura richiedono una lettura a voce alta, come è stata la mia e un soffermarsi a lungo sulle frasi ed i respiri che impone), ma è sicuramente l'occasione per una meditazione interiore, reale.
Simonetta, nel suo inferno, tocca il cielo e lo regala a tutti noi.
Grazie, Simonetta... a presto leggerti.
Serena Bella, 2009, Frammenti di Sogno, Edizioni Tau, Salerno
Che i sogni siano parte della nostra esistenza è vero. Che ne costituiscano, per alcuni, persino l'essenza è indizio importante per comprendere come si possa sopportare la realtà. La poetessa Serena Bella ha un cuore-mente intrisa di sogni, ad occhi chiusi, perché quando la apre la delusione potrebbe emergere e concretizzarsi e sarebbe difficile affrontare un mondo che non presenta alternative. Eppure, anche se la scrittura è semplice, a volte persino infantile, le sue poesie colpiscono direttamente il lettore che si trova disarmato di fronte a tanta onestà intellettuale ed etica.
"Un canone inverso di inaudita ferocia": così definisce la fine di un amore, mentre la vita continua a scorrere in solchi di vene che non hanno più sangue. Serena Bella dedica tutti i propri pensieri all'amore, sapendo che si tratta di conquista forse solo temporanea e che il migliore che si possa augurare è quello che vive dentro i propri desideri, nei quali non vi è spazio per la violenza. Sì, in una sua lirica emerge tuttavia il racconto di uomini amati anche se aggressivi, resi violenti dalla assurda necessità che hanno di dimostrare la loro virilità. O forse è solo desiderio di imporre il proprio volere. Grazie a questo dolore, la poetessa, comprende quanto sia importante il "sentire" femminile e la dolcezza delle creature alle quali la Natura ha affidato il compito di contenere i primi momenti della vita umana. Maschi umani malati di insana e impossibile gelosia, come se l'idea esasperata di possesso confermasse ai loro stessi occhi la validità di un amore, di una relazione che dovrebbe invece basarsi sulla fiducia affettiva.
Per questi motivi, gli affreschi emozionali e lirici di Serena Bella sono in effetti carichi di speranza e di futuro, sia per i giovani che per i meno giovani, perché specialmente questi ultimi, confondendo l'età adulta con la saggezza, si sono dimenticati dell'amore che è sempre, e deve rimanere, il sentimento più dolce e motivante anche di una vita che giunge all'epilogo.
Di Giovanni E., 2009, Fede e ordalia. Religiosità e cyber community a Catania, Aracne Edizioni, Roma
Ho conosciuto Elisabetta Di Giovanni a Palermo, in occasione della presentazione del mio volume L'anima cerebrale, presso i locali della Libera Università della Politica in una atmosfera accogliente, familiare e persino domestica. Proprio in quella occasione mi sono reso conto della capacità analitica, scientifica e sintetica che caratterizza sostanzialmente il pensiero della ricercatrice siciliana.
Fede e ordalia, libro oggetto delle mie considerazioni, è espressione di indubbia serietà scientifica, con cui la Di Giovanni è solita affrontare i temi di Antropologia culturale, o comunque riferibili ad atteggiamenti socio-culturali che fanno parte del vivere quotidiano umano.
Il testo è molto ben strutturato: il primo capitolo, dedicato al bisogno del sacro e alla ricerca del divino, nel secondo si analizzano gli spazi e i tempi cerimoniali del culto di Sant'Agata, la santa catanese, Santuzza, mentre nel terzo e nel quarto, sino all'ultimo capitolo, il quinto, si affrontano i sentimenti di appartenenza e partecipazione iniziatica delle manifestazioni folcloriche dedicate alla Santa.
Da un punto di vista strettamente scientifico-teorico, senza considerare quello sperimentale, l'analisi che la studiosa conduce nel primo capitolo si rivolge ad una necessità cognitiva tipicamente umana, la fede, ed è senza dubbio il punto di partenza di tutto il lavoro. La Di Giovanni affronta in questo capitolo le invenzioni del sacro e del profano, e facendo riferimento alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, si collega alla necessità antropologica di rapportarsi con il dato invisibile della quotidiana esistenza umana. Il riferimento alla preghiera, intesa come "una forma di invocazione, di richiesta di aiuto e di ascolto" (p. 13) è particolarmente importante all'interno dell'analisi che l'autrice conduce, perché diventa quell'espressione linguistico-simbolica senza della quale non sarebbe possibile un rapporto più tangibile con la trascendenza. Inoltre, secondo la mia personale opinione, la preghiera può essere considerata forse la forma più arcaica di linguaggio, sviluppato dalla nostra specie di fronte alle problematiche spesso insolubili che la realtà poneva all'uomo primitivo. È assai probabile che di fronte, ad esempio, alla forza della natura l'uomo primitivo abbia cercato di stabilire un "ponte comunicativo" con l'imponderabile, oppure l'imperscrutabile motivo dei diversi fenomeni naturali non governabili con la propria forza fisica né con l'intelletto.
L'autrice continua affermando che "nella preghiera l'uomo si rivolge a Dio con il tu, attribuendo apertamente lo status di Dio all'altro suo Io" (p. 13), nel tentativo di fornire una spiegazione scientifica della preghiera stessa, in questo caso decisamente lontana dal rapporto di fede che un credente stabilisce con il proprio Dio. Ma si tratta di una chiave di lettura che, sebbene non sia personalmente condivisibile perché sono un uomo di fede, è quantomeno accettabile scientificamente. Certo, seguendo l'interpretazione fornita sembra che il fedele che prega realizzi una specie di dialogo schizofrenico, nel quale salva in se stesso la necessità di Dio perché da Lui separato in quanto mammifero.
La presenza di questo tipo di convincimento, l'alleanza con l'ultraterreno e la contemporanea coesione con il terreno, è particolarmente evidente quando l'autrice sostiene che questa intesa "con il soprannaturale crea una inevitabile sentimento di dipendenza dell'uomo; questa dipendenza com'è noto è a fondamento della religione" (p. 14). Il ricorso alle tesi di Feurbach è talmente presente nel testo che il bisogno di un rapporto con la trascendenza è assimilato ad un "sentimento di dipendenza [che] si estrinseca nel sacrificio cui l'uomo si sottopone, ossia il timore, il dubbio, l'incertezza sull'esito, il rimorso, il senso del peccato" (p. 14). La Di Giovanni segue questa cifra anche quando riprende i pensieri di Durkheim, secondo cui "l'essenza della religione consiste nella divisione del mondo in fenomeni sacri e profani e non nella credenza di un Dio trascendente. Il sacro è composto da un insieme di cose, credenze, e riti; è una forza tratta dalla collettività, superiore a tutti gli individui. Quando questo insieme si trova in rapporto reciproco di coordinazione e gerarchia, in modo tale da costituire un sistema di una certa unità, si ha una religione. La religione presuppone il sacro, l'organizzazione delle credenze e infine riti o pratiche derivati in modo più o meno logico dalle credenze" (pp. 14-15).
Se questi sono i punti di partenza dell'analisi antropologica nei confronti di tutto quello che accade intorno alla processione di Sant'Agata a Catania, il rito e la festa sono considerati come un indissolubile connubio, nel momento in cui l'autrice ci ricorda come nel rito si realizza il tempo sacro, diverso da quello profano. "Nella religione, così come nella magia, la periodicità ridesigna un tempo mitico attraverso un rituale. Ciò significa che il rituale serve a ripetere - cioè a mettere in scena nuovamente - il tempo in cui si avverrò la ierofania. Più esplicitamente, l'uomo primitivo che è in noi si inserisce nel tempo mitico per mezzo di un rituale o di un gesto significativo; così agendo, il tempo passato diviene tempo presente ma anche futuro"(p. 32). In effetti, tutto questo è oltremodo vero, perché è proprio in questa azione di condivisione sociale e culturale dalla quale nasce un vero e proprio modo di interpretare la realtà, come molto acutamente ci ricorda l'autrice citando il Dizionario di Antropologia, a cura di U. Fabietti e F. Remotti. La differenza rispetto alla festa, nella quale non si interpreta il mondo, appare a questo punto evidente, nel momento in cui essa è un "insieme complesso e interrelato di azioni, idee, tradizioni e le relazioni sociali tra i partecipanti" (p. 33).
Sulla base di queste considerazioni, Elisabetta Di Giovanni sostiene che "nell'odierna società contemporanea, caratterizzata da un alto pragmatismo, (...) l'esperienza del sacro resta qualcosa di affascinante (...), esprimendosi quale proiezione e reinterpretazione sacrale delle culture di riferimento (...)" (p. 35). In effetti, a pagina 37, l'autrice si ricorda che "l'uomo delle società tradizionali o semplici ci ha lasciato un'impronta forte, una sopravvivenza caratterizzante della sua condotta: il bisogno di esistere costantemente in un mondo totale e organizzato, in un cosmo costruito in cui egli sia il centro" (p. 37). Ecco perché diventa importante la costruzione di uno spazio sacro, che va innanzitutto fondato, ossia territorializzato come fosse uno statuto ontologico, e evidenziandone molto chiaramente il perimetro. La Di Gennaro ci ricorda infatti che "l'uomo vuole vivere in un luogo santificato per uscire dallo stato di incertezza e di precarietà originaria. Ma il passaggio dal caos al cosmo prevede una installazione simbolica operata dall'uomo. E per appropriarsene, l'uomo ha bisogno di creare il cosmo, anzi di ricrearlo una seconda volta, dopo l'intervento degli dei. La cosmizzazione-consacrazione di uno spazio avviene, in molte culture elementari e non, per mezzo dell'immagine di una colonna sacra (axis mundi) che collega il cielo alla terra e la cui base è conficcata sotto terra, nel regno dei morti. Qui la lettura simbolica è chiara: si è verificata un'apertura al contempo verso l'alto (mondo divino), o verso il basso (gli infedeli, l'inferno), che mette in comunicazione i tre livelli cosmici della Terra, del Cielo e degli Inferi. Dall'installazione dell'axis mundi si dirama la proiezione degli orizzonti possibili, cioè dei quattro punti cardinali. E una prima proiezione della sacralità del cosmo si rispecchia nell'atto di fondazione dell'abitazione (e delle sua fondamenta), perché questo ripete l'atto cosmogonico della mondo. Anche il tempio - o basilica o cattedrale - costituisce una imago mundi perché ricorda all'uomo che il mondo è sacro in quanto opera degli dei; in più, il tempio racchiude purificandolo il mondo e lo rappresenta" (p. 38).
Direi che, dopo queste decisive considerazioni sul ruolo che il sacro assume per l'umanità intera, diventa difficile sostenere l'idea che il rapporto con la trascendenza sia una dipendenza passiva, in quanto sembra piuttosto essere l'espressione di un modus vivendi antropologicamente presente in tutte le culture che si volge alla re-integrazione con l'Assoluto. In altri termini, la ricerca del sacro si configura come un necessitato antropologico in grado di mettere in campo una serie di atteggiamenti umani socialmente significativi positivi come la solidarietà, l'empatia, la condivisione del dolore, etc. e competitivi come la sfida, il patto con il divino, la dimostrazione di forza fisica e mentale.
In questa doppia dimensione, nella quale convivono atteggiamenti sedimentati del popolo catanese, e forse siciliano in genere, la Di Giovanni individua una serie di elementi culturologici che la portano a teorizzare la presenza di una vera e propria ordalia contemporanea nella processione di Sant'Agata. Infatti la ricercatrice ci ricorda che "quello che dall'antropologia è definito «bisogno del sacro» viene tradotto in esperienze e comportamenti derivati dalla religione, accessibili all'osservazione. Tra queste, le principali si traducono in effetto di placare le ansietà o le frustrazioni inerenti alla condizione umana, sostegno dato all'organizzazione delle società e alla morale, risposta alla curiosità intellettuale, soddisfazioni nuove o rafforzate del bisogno di appartenenza a gruppi in cui una certa unanimità calorosa prevale sulle divergenze. La partecipazione dei fedeli ad esperienze di gruppo molto intense è il tratto saliente di molte feste patronali; esse si caratterizzano, quindi, per la condivisione del vissuto a partire dal quotidiano. Tale vissuto, tuttavia, si potrebbe tradurre in stati di coscienza intensamente sentiti, così peculiari alla mentalità magica" (p. 92).
A questo punto del testo, Elisabetta Di Giovanni affronta il tema della religiosità, differenziandolo da quello di religione, avvalendosi delle considerazioni del sociologo e filosofo contemporaneo George Simmel, secondo il quale "la comprensione della realtà rivela all'uomo l'esistenza di una pluralità di mondi che convivono parallelamente; difatti, accanto al mondo della vita quotidiana in cui l'individuo è immerso, esistono altri mondi (dell'arte, della scienza, della filosofia e della religione), ciascuno regolato da un proprio principio. Poiché per l'individuo questi mondi non sono coerentemente controllati e collegati; anzi, a volte si sovrappongono. Pertanto, la vita si profila - secondo Simmel - come conflitto continuo tra spirito e forme; tale conflitto nasce dal tentativo stesso dello spirito di non lasciarsi catturare nella cristallizzazione di opprimenti istituzioni sociali; lo spirito è dunque il principio di individuazione in contrasto con l'oggettivizzazione delle forme sociali. Muovendo da questa cornice di riferimento, Simmel opera una distinzione tra religiosità - intesa quale spinta vitale - e la religione, intesa come forma sociale che tende a ingabbiare per controllare la prima" (p. 93).
Proprio sulla base di queste considerazioni teoriche, Elisabetta Di Giovanni, in seguito ad una ricerca netnografica durata un anno intero sui forum e le chat dedicate alla processione della Santa, giunge alla interessante conclusione che per i catanesi l'esperienza religiosa della processione è una dimensione pressoché autonoma rispetto alla pratica religiosa e alla appartenenza. Nello stesso tempo, però, per i devoti, che rivendicano in Internet la fondamentale paternità dell'evento religioso legato a Sant'Agata, il sentimento di appartenenza è fortemente sentito. E in effetti comprende un insieme di atteggiamenti, processi di affiliazione, partecipazione e il coinvolgimento che caratterizzano l'essere parte di un gruppo.
L'aspetto più interessante dell'analisi condotta è però quello riferito al concetto di ordalia, grazie al quale Elisabetta Di Giovanni propone una ipotesi molto interessante. La ricercatrice sostiene che la partecipazione religiosa di giovani catanesi si presenta come un rituale votivo nei confronti della patrona, ma indagando con maggiore attenzione si evince che le prove di resistenza cui si sottopongono i giovani devoti sono in effetti un vero e proprio rito di iniziazione. Anzi, per la nostra studiosa, si tratta di una riproposizione dell'ordalia in chiave contemporanea. In effetti, l'ordalia è una manifestazione socio-culturale che si presenta come una risorsa individuale spesso utilizzata inconsapevolmente dall'umanità. Grazie alla presenza in essa di azioni rischiose, gli attori chiedono alla morte di soppesare il valore della loro vita, nel tentativo di rendersi degni della propria esistenza, quasi riscattando i propri peccati, in questo caso, di fronte alla Santa. Infatti l'autrice ci ricorda che "la sfida alla morte, tatuata mediante la messa in pratica dell'ordalia, oggi assume il significato più sottile. Nell'osservare i giovani devoti sembra di cogliere quel tentativo di abbandono di sé al giudizio divino, attraverso una circostanza rischiosa e provocatoria nei confronti della morte. Quindi, l'ordalia si fa metafora del contatto con il pericolo e/o la morte, pur lasciando una possibilità di uscita e di salvezza catartica. (...) Essa cioè è ciclicamente fondativa. (...) Attuata in modo non intenzionale, l'ordalia sì connota come rito individuale seppure vissuto nella collettività del caso osservato" (p. 101).
Siamo quindi sostanzialmente d'accordo con l'interpretazione che Elisabetta Di Giovanni fornisce circa gli atteggiamenti scaturiti durante la processione di Sant'Agata a Catania, perché, anche se spesso crediamo che l'evoluzione della nostra specie vada di pari passo con la liberazione da atteggiamenti che giudichiamo con troppa fretta essere solo folcloristici, ogni essere umano percepisce la necessità di stare dentro le regole e nello stesso tempo di superarle per formularne di nuove. Questo processo dialettico non si arresta mai e per tutto l'arco della vita ogni cultura tenderà a contenere la formazione di nuove regole cercando di mantenere l'utilizzazione delle vecchie, grazie alle quali i sentimenti di appartenenza e sicurezza sono continuamente confermati. Eppure, nell'ordalia, come giustamente ci ricorda Elisabetta Di Giovanni, si utilizza il disordine come passo necessario per approdare a un nuovo ordine, grazie al quale il rapporto con il sacro riesce ad entrare nella collettività come un fatto assolutamente necessario.
Consiglio a tutti di leggere questo testo perché, al di là dello specifico riferimento al culto di Sant'Agata, è possibile rinvenire in esso elementi di una riflessione più generale dedicata al ruolo che ancora oggi, ed io dico fortunatamente, alcune manifestazioni folcloriche rivestono, all'interno della meravigliosa e variegata cultura italiana.
È anche la tua vita
Prefazione al testo di Lorenzoni P., 2010, Vivrò per sempre, Albatros Edizioni, Viterbo
Coloro che mi conoscono personalmente, ed ho la fortuna di conoscere molte persone, sanno quanto io ami la poesia. Nella prima parte della mia vita ho fatto il pianista ed ora, che non esercito più questa attività professionalmente, ho trovato il modo di recuperare una dimensione di vita "musicale" utilizzando il linguaggio della parola, nella sua forma forse più evidentemente artistica: la poesia.
Questa breve giustificazione autobiografica è utile per entrare subito nel merito delle poesie, che ho letto molto attentamente e riletto con altrettanta passione, di Paolo Lorenzoni. Si tratta di una raccolta intitolata "Vivrò per sempre", pubblicata personalmente dall'autore nel 2008, con una presentazione di Carlo Luigi Ciapetti, una ulteriore prefazione dell'autore stesso, e che ora viene pubblicata per un pubblico più vasto.
Vi consiglio di saltare le prefazioni e presentazioni, per leggerle solo dopo aver gustato l'intero insieme delle poesie.
Il poeta Lorenzoni si impone un'antica domanda: "Quale senso ha l'esistere"? Una questione che affronta da uomo quarantenne, come lui stesso si definisce, che ha "passato tutti questi anni a cercare di avere tutto, amore, benessere, condizione fisica, salute, famiglia, divertimenti (...), lavorando assai sodo per ottenere tali risultati". Sono molte le persone che possono identificarsi in una vita come questa. Eppure, quante sono le persone che si fanno la domanda fondamentale, tipica della cosiddetta crisi adulta e che invece il nostro Lorenzoni si pone?
È interessante che, proprio per rispondere a questa semplice e al tempo stesso complessa domanda, Lorenzoni si chieda, sin da principio, se è importante scrivere un libro e se dunque questo debba essere o meno letto da qualcuno: che siano amici o sconosciuti, non importa. Affida allo scrivere la sua vita, i suoi pensieri, le sue speranze e incertezze, proprio come la maggioranza dell'umanità è in grado di fare, ma molto spesso non ne ha il coraggio.
Sì, Paolo Lorenzoni è sostanzialmente un uomo coraggioso, dunque un uomo in grado di esprimere il "cuore" del proprio ragionare, essendo pervenuto alla finale convinzione che non può esistere alcun ragionamento sulla vita che non passi dal cuore, dai sentimenti e dalle emozioni che la vita stessa crea in noi.
Lorenzoni dichiara che "l'azione è strumentale, il centro del mondo è colui che la compie", e in questa frase sembra risiedere tutta la sua saggezza antropologica, perché è esattamente in questo modo che la specie umana si è evoluta e continua ad evolversi, cercando costantemente di condividere con tutti i membri dell'umanità intera le azioni più importanti e significative. In effetti, le azioni più significative sono proprio quelle in cui ognuno di noi è in grado di riconoscere (in esse) l'espressione di un vero e autentico sentire umano, che, in quanto tale, non può che unire tutte le persone attorno all'azione stessa. Proprio in questa funzione si esprime il valore educativo ed estetico dello scrivere poetico, ossia quando la parola è in grado di coinvolgere un vasto numero di persone che riescono ad elevarsi artisticamente dalla quotidianità della loro esistenza, pur restandone affascinati.
Lorenzoni parla di amore, l'unico e reale motore di ogni azione umana, anche quando una certa scienza para-illuminista cerca di segregarlo nel ghetto dell'estetica, oppure dell'etica, facendoci credere che la ragione sia qualcosa di lontano dal provare emozioni. Nulla conosciamo se non attraverso l'amore, e qualsiasi reductio ad unum conduce all'amore totale ed universale, che piaccia o no.
Paolo Lorenzoni, racconta dunque tutto questo nelle azioni della sua vita e dei suoi pensieri, con una delicatezza che lo avvicina alla pittura del Rinascimento italiano. Racconta l'ansia, l'incertezza dell'esistenza, la speranza e la fede nel futuro, gli incontri fra gli esseri umani in un "volo di anime e cervelli", e tutto questo è realizzato con molto garbo, e tu lettore ne esci con una sensazione che diventa certezza: aver assistito ad un film che ti appartiene, perché è anche la tua vita.
Capire la nebbia
ovvero una recensione al libro di Mauro Biglino Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla bibbia. Gli dèi che giunsero dallo spazio?, Infinito Editori, 2010, Torino.
Leggere questo libro ed avere la possibilità di ascoltare direttamente l’autore durante una sua conferenza sono cose opportune ed auspicabili. Per almeno tre motivi che elencherò brevemente.
Il primo motivo è legato al titolo di questa mia recensione: “Capire la nebbia”. Vale a dire, la nebbia ragionevole presente nella Bibbia, a meno che la fede, oltre ogni ragionevole dubbio, non soccorra il lettore portandolo oltre il letterale. Sempre ammesso che ci sia un letterale univoco per la Bibbia, visto che la scrittura è consonantica e la vocalizzazione non si è impressa nella storia, così come ci dice Mauro Biglino. Egli ci presenta dunque la sua versione, che ha diritto di cittadinanza quanto tutte le altre, ed è per questo motivo che dovrebbe essere conosciuta. Per amore della scelta, del libero arbitrio. In effetti i dubbi che sono alla base delle ricerche e delle analisi di Mauro Biglino sono ragionevoli, come lo è ogni forma di legame con la trascendenza specialmente quando questo legame è umanamente cercato piuttosto che umanamente ricevuto. Senza inoltre dimenticare che Gesù di Nazareth dirà che “confonderà i dotti, mentre si rivelerà ai semplici” e direi così che il conto torna per tutti: per coloro che credono e per coloro che vorrebbero credere ad altro. Il Vangelo, dunque Cristo, meglio ancora del Vecchio Testamento rende liberi gli uomini: è questo, secondo me, il messaggio che emerge, anche dal testo del Biglino, perché ogni individuo, dopo la sua lettura, aggiunge qualcosa alle proprie conoscenze, senza che ne sia intaccata minimamente la fede che è “oggettivamente altro” rispetto ad una mera ricerca storiografica.
Il secondo motivo si riferisce alla semplicità ed alla chiarezza del testo che – tranne i casi in cui l’autore, per amore di scienza e correttezza intellettuale – fa riferimento alle lingue arcaiche che attraversano le diverse interpretazioni del Vecchio Testamento, è sempre scorrevole e appassionante. E risulta tale anche per colui che, come me, ha avuto il dono della fede, intesa non come comprensione intellettuale, che può attenere anche ad un agnostico, ma come esperienza che ti cambia la vita, che la converte in altri lidi e ti trasporta con nuovi mezzi verso orizzonti incomprensibili eppure presenti concretamente.
Il terzo motivo si riferisce al fatto che siamo in presenza di un testo coraggioso, nel senso che desidera affrontare temi di origine divina con parametri umani, con la passione che traspare dal lavoro serio e rigorosamente storico dell’Autore. Lo consiglio sinceramente – ma, come avviene per gli antibiotici, secondo dosaggi calibrati – a coloro che continuano a procedere nel proprio cammino di fede in Cristo.
Proprio a questo mi è personalmente servito…
Chiari, semplici ed efficaci
Recensione del testo di Angela Scibetta
2009, Solitudine e sesso virtuale su internet. Cosa è l’amore, Leonardo Editrice, Pasian di Prato, (UD)
Angela Scibetta è un medico di base, insignita della Medaglia d’Oro al valore civile, il 28 maggio 1998, dall’allora Ministro degli Interni Giorgio Napolitano, per l’eccezionale abnegazione dimostrata nel dare soccorso alle persone colpite da una violenta tromba d’aria abbattutasi a Bibione il 20 Luglio del 1997. Oggi è anche psicoterapeuta, dopo aver conseguito una seconda laurea, e presenta il suo pensiero in questo libro scritto in modo chiaro, accessibile ed efficace, fin dalle prime pagine.
L’autrice non ama le ridondanze e non intende presentare la propria verità edulcorandola se può apparire scomoda o mistificandola se è dolorosa. A lei piacciono le parole giuste, quelle che devono essere utilizzate quando si vuole mirabilmente descrivere la realtà o comunicare messaggi importanti ed essenziali.
Uno di questi, che costituisce in effetti il punto di partenza dell’interno testo, è che la pace in questo mondo sarà possibile veramente solo quando capiremo che le guerre nascono dallo stesso animo umano nel quale può albergare l’idea della pace. Sembra una affermazione lapalissiana, e ridondante, eppure è talmente importante da richiedere una pausa di riflessione. La Scibetta, operando questo parallelismo, che io definirei psico-evolutivo, evidenza sin dalle prime pagine del suo testo quanto siano importanti, persino vincolanti all’interno dei primi tre anni di vita, le figure genitoriali e la loro funzione nutritiva, sia fisiologicamente che, e forse soprattutto, affettivamente parlando. Ecco che emerge subito, in un testo che si occupa, come si evince dal titolo, del sentimento della solitudine, della nostra sessualità – sia reale che virtuale – l’importanza di quelle azioni che sono tutte comprese nell’ambito del termine “educazione”.
Nella vita di tutti giorni, in una sorta di educazione continua, le nostre azioni, come i pensieri, anche se non ce ne rendiamo conto arrivano a tutti, nessun escluso. Infatti, la mente porta i suoi contenuti lontano, come il vento le foglie, e favorisce una diffusione di idee altamente contagiose, sia nel bene che nel male. Non esiste in questo mondo qualcuno che abbia la possibilità di esimersi dall’educare o qualcun altro che voglia farsi sordo per non ascoltare i Maestri. Tutti noi esercitiamo entrambi i ruoli, prima o poi, e proprio in questa dualità trascorriamo la vita decidendo costantemente quale direzione intraprendere, sebbene si intuisca che ogni scelta presenta comunque una quota di imprevedibilità, uno spazio che rimarrà insondabile, senza risposte ma affollato di domande cruciali.
Angela Scibetta vuole proprio educarci, senza essere presuntuosa, ma sempre garbata ed elegante nello stile, alla possibilità, che è appunto per lei una concreta capacità, di scegliere quello che desideriamo veramente nella vita senza andare incontro a disfatte e frustrazioni che fingiamo di non considerare, e di cui attribuiamo regolarmente la colpa agli altri. Questo libro si rivela, pagina dopo pagina, una specie di vademecum per la realizzazione di una radiografia interna, una analisi dei propri sentimenti e pulsioni, soprattutto quando, chattando su internet, ci scopriamo diversi da quello che credevamo di essere. Per questi motivi l’autrice considera i contatti umani, quelli concreti e reali, la necessaria conseguenza dei contatti iniziati virtualmente.
“Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazione continue e concrete” (pg. 31), l’autrice con questa dichiarazione conferma, dal punto di vista medico, quello che da tempo io sostengo quando incontro i genitori, e converso con loro circa il modo migliore per rapportarsi con i figli. Pur ammettendo che non esiste una ricetta educativa, perché nessuno di noi possiede la bacchetta magica del perfetto educatore, è oramai assodato che la mente umana ha bisogno di tempo per comprendere un significato e dare un senso ad una relazione. Ecco perché la Scibetta parla di “dosi” di amore che sono effettivamente dosi di tempo che si devono spendere stando assieme al partner, che sia il proprio compagno o la propria compagna, o nel rapporto genitori-figli, perché se può essere un problema l’amore quando c’è, è senz’altro un problema maggiore quando non c’è.
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